quaderni di teatro in fabula

Uno spazio di riflessione, uno spazio che ci mancava: un momento in cui fissare, a beneficio nostro e forse anche di chi ci segue, alcune delle scoperte che il nostro mestiere ci porta a fare.

Per poter mettere nero su bianco alcune tappe del nostro percorso, nel tentativo di essere sempre più intensi, coerenti, ma conservando anche la leggerezza necessaria al viaggio.

A proposito del Sogno di Morfeo

I pensieri ora raccolti sono l’effetto delle discussioni avute con Antonio Piccolo, autore del Sogno di Morfeo, attraverso gli anni. Cominciò a Napoli, a vico Fico al Purgatorio, quando l’opera era in gestazione, e continuò in ogni dove il confronto, persino nelle minuscole camere d’albergo dei piccoli borghi dell’Italia appenninica, lì, la sera, si procastinava il riposo parlando di incubi. Il mattino, consacrato alle scuole, lasciava un po’ di carica ai cervelli, comunque.

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F come Follia

Le parole che scrivo e affido al lettore non vengono da un romanzo d’appendice o da un dramma e nemmeno da un copione cinematografico. Hanno invece un’unica sorgente: la vita, i suoi giochi, lo strazio e la felicità che arrecano. Quello che qui riporto è vero. Ha un senso e uno svolgimento preciso, reale. Dunque il vissuto ispira la scrittura che ne dipende in modo totale. Non amo le didascalie, preferisco le dichiarazioni.

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Scriviamo i nostri sogni sui diari: “Il Sogno di Morfeo”

Dimentichiamo i sogni. Non li coltiviamo, non li raccontiamo, mai e poi mai li ascoltiamo. Nei film ci annoiano. Nei libri, spesso e volentieri, li saltiamo. Tutto questo può cambiare dopo aver assistito a “Il Sogno di Morfeo”, scritto e diretto da Antonio Piccolo. In scena con lui: Mario Autore, Antonia Cerullo, Melissa Di Genova e Luca di Tommaso (compagnia Teatro In Fabula), in un spettacolo realizzato con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.

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“Orgoglio e pregiudizio”: storia di un adattamento

Non so se qualche studioso abbia mai avvertito, come me, le affinità che questa nipote ed Elizabeth Bennet, protagonista di «Pride and Prejudice», sembrano avere agli occhi di Jane Austen. Senz’altro, si è sempre creduto che in Elizabeth confluisse molta autobiografia della sua autrice. E in effetti tutte e tre queste donne hanno in comune un’intelligenza non solo vivace, evidente, ma anche spassosa, spiritosa, ficcante.

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La Shoah non è solo un salvadanaio del Teatro per le Scuole

Dalla sua istituzione nel 2005, il Giorno della Memoria ha progressivamente raccolto un numero sempre maggiore di osservazioni critiche e giudizi scettici. Eppure, allora – io andavo a liceo – fu salutato da quasi tutti come un’idea giusta, necessaria. Per me e per i miei compagni di classe, poi, era addirittura una conquista, poiché eravamo sensibilizzati al tema più di altri, grazie alla particolare passione per l’argomento Shoah da parte della nostra amata professoressa di storia e filosofia.

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La scala erigenda di Edoardo Cacciatore

«La scala erigenda» di Edoardo Cacciatore (1912-1996)¹ è una delle liriche più belle del Novecento. Non solo per i significati che veicola e trasmette ma anche per l’impianto formale e visivo, esibito con spavaldo dinamismo. L’ambizione è la stessa che sottende la costruzione di imponenti cattedrali. Il componimento si articola in due strofe. La prima di ventuno versi, ripercorre, a volo d’uccello, tutte le lettere dell’alfabeto, dall’ultima la Z alla A, secondo un procedimento retorico e musicale, definito retrogradatio², che riporta in auge l’arte della fuga. Insomma si procede all’indietro, eppur si avanza nella presa del mistero e del mondo.

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