Perché ho scelto Galois

12 Novembre 2018

Teatro in Fabula

Foglio n.9

(proposta per gli stabili napoletani, ridotti compresi)

di Giuseppe Cerrone

Fragili montagne
dai picchi feriti
non date ristoro
ai venti impetuosi.

Io e lei
nella bufera a carponi.

Il destino fa i capricci.
Sono gli insulti a valanga
dell’ultima alba,
il viola funesto
di vendite all’asta.

Se anche fosse odio
sarebbe grazia. 

[A Mario Autore, 17/10/2018]

– – –

I

La Storia è un coacervo di fatti, volti, parole. Non è facile orientarsi. Siamo travolti dal procedere inarrestabile del tempo e vorremmo trovare un approdo, una sponda dove riparare, ristorarsi e magari cominciare a scavare in un soggetto, qualunque esso sia. Gli avvenimenti e le epoche sono davanti a noi: guerre mondiali, genocidi, l’età elisabettiana e la rivoluzione copernicana, quel dominio “senza regole” che Verlaine chiamerà Decadismo, e così via. Eroi di guerra dunque, l’epica contemporanea del Vietnam, preti gnostici di apparente formazione cattolica ma dediti a culti parasatanici nella Francia di fine ottocento, lo sguardo inquieto di Wilde, la crisi missilistica di Cuba, le paure di Galilei, le ondate rivoluzionarie del Secolo Breve, l’utopia marxista, la fine delle ideologie, i successi della scienza, i suoi rapporti col potere, la corsa allo spazio, c’è ne per tutti. Ognuno potrebbe, assecondando il suo gusto, presentarsi in teatro e sperare. Sperare cosa, esattamente? Di ritrovare nel conflitto reso sul palco un po’ di se stesso e degli altri. Quel conflitto è stato generato dal tempo, ha stregato menti finissime, è diventato materia di studio, infine è stato fatto ostaggio da un brillante drammaturgo che avvalendosi di convenzioni e di una buona dose di mestiere ha catturato e trasformato in azione scenica la vita. Quando un drammaturgo, un regista attinge dalla Storia, e dalle varie storiografie di settore (politica, economia, scienza, costume, religione, arte), finisce per inscrivere il suo lavoro in una pratica che ha un solo nome: Allegoria. Ossia l’arte di parlare del presente, ricorrendo ad altro, il passato appunto; la capacità di rinvenire l’oggi in uno specchio per nulla deforme: la Storia, appunto. Shakespeare ha operato così, noi, a volte dimenticando, lo stesso. Cosa va dimenticato in questa pratica che rischia di automatizzarsi in sterile offerta di mercato? Cos’è che spesso si dimentica? Semplice. La Storia è un cumulo di rovine, di ferite non sanate, di ingiustizie. Noi abbiamo ricevuto dagli antenati sconfitti una certa forza messianica che va puntualmente messa in atto contro ogni forma di sopruso e di vile opportunismo. Walter Benjamin¹ insegna che i successori hanno un debito di gratitudine verso coloro che si sono spesi per la salvezza del genere umano, lottando e elaborando utopie. Ora non sono più, tuttavia le macerie vive dei loro “fallimenti” invocano la vendetta dei contemporanei. Ogni regista dovrebbe quasi sperare questo: “Saremo risolti e redenti dai posteri, meno disgraziati di noi”. E dovrebbe sperarlo per bene, con attenzione, col cuore, in unione col maestro che partendo da Baudelaire, moda e azzardo, più di tutti, forse, ha letto l’uomo contemporaneo e definito la pratica allegorica: Walter Benjamin, si diceva. E questo perché il nostro è un tempo ancora infelice e ogni sforzo, anche estetico, è un dono per futuri primati, che altri, evidentemente, abiteranno. L’orrore per la Storia è amore del futuro² (Heiner Müller). Va da sé, alla luce di quanto detto sopra, che l’allegoria ama le rovine, l’incompiutezza, il frammento. L’allegoria, lo si ripeterà ancora, è una forma di riscrittura. Si serve dell’immagine che evolve istante per istante (a teatro e non solo) per imprimere su un palinsesto precedente [la Storia e le fittissime diramazioni dei saperi specialistici] il marchio che la distingue: il paesaggio da crollo. Ecco perché l’allegoria ama fondersi fisicamente con l’ambiente deputato ad accoglierla, non solo i teatri ma le piazze, i saloni, i cortili modificati dalla regia e mutati di segno. Questa capacità quasi onnivora di inglobare tutto e tutti per fulminare un presente “restituito ai suoi crimini e al suo orrore” che fa della pratica allegorica la sorella più prossima di ogni operatore teatrale, sia esso autore, regista, drammaturgo, si esercita, è ovvio, sulla stessa storiografia. Ecco perché volentieri i drammaturghi più geniali inventano dal nulla entità, ombre il cui respiro misterioso sembra fondere ed elidere (si badi: fusione ed elisione, a questo non si sfugge, se si vuole rendere in teatro) molti uomini e molte donne, realmente esistiti e certificati dai documenti. Moltitudine che la pratica teatrale riassume, perché l’allegoria è una favola, una parabola, un apologo. Kafka, Borges avranno pure insegnato qualcosa. Si diceva “rovine, incompiutezza, frammento”. Fusione col contesto. Apologo, parabola, presagio, avvertimento. Soglia, limite, rivelazione sempre in atto di qualcosa (un rito forse?) che non comincia né conclude, semplicemente s’interrompe, bruscamente.  [la Storia del resto sembra avere proprio questo andamento, oscurissimo e chiarissimo al tempo stesso].  La pratica allegorica non propone sempre una chiara decifrazione dei suoi significati, anzi frequentemente si condensa in enigma³ (Giulio Ferroni), un enigma che spetta allo spettatore sciogliere. Il circuito è chiuso dallo spettatore che saprà certamente leggere tra i materiali  e le scorie, ultimando un disegno che regista ed attori hanno sapientemente tramato per lui. Il mistero è sciolto dalla persona che assiste, il senso, virtualmente infinito, si rapprende nei volti dei presenti che contribuiscono così alla creazione proprio come nella vita. Tutto questo per dirvi che ho scelto Évariste Galois per parlare al cuore di tutti, per parlare in teatro, per sorprendere l’orrore e fulminarlo in enigma.

II

Évariste Galois muore a vent’anni in un misterioso duello. Forse per una futile questione amorosa, forse per un intrigo di palazzo ordito dalla polizia di Luigi Filippo. È il 1832. Siamo in piena Restaurazione. Napoleone è scomparso da più di un decennio mentre tre lustri e passa ci dividono dal Congresso di Vienna in cui si ridisegna l’Europa e la politica. Gli ideali della Rivoluzione, edulcorati e ammorbiditi, in molti casi trascurati, tuttavia infiammano ancora i giovani cuori. Tra essi, naturalmente, Galois. Che Évariste proprio come Puškin, sia personaggio da romanzo o da film, non vi sono dubbi. Ha un cuore avventuroso, non teme il pericolo, insegue il bene comune, odia ogni forma di tirannide, inoltre il talento dispiegato in matematica gli permette di svelare il segreto della formazione e risolubilità delle equazioni, problema che prima di lui resisteva da secoli. Siamo dunque in presenza di un eroe romantico, uno che avrebbe senz’altro potuto fare la voce grossa in un dramma di Büchner o di Čechov. Se a questo si aggiunge una tormentata relazione sentimentale e una fine atroce, cui probabilmente non sono del tutto estranei certi suoi impacci di natura sessuale (e in questo Évariste ricorda il giovane Wagner), si capisce come il nostro studio sul giovane prodigio possa e debba essere attuato in teatro. Procediamo con ordine. Lo spazio scenico, innanzitutto. Pensate amici ad un impianto centrale. Il pubblico ai lati di una sala (o anche un complesso espositivo all’aperto) tagliata a metà da una pedana lunga sette metri e larga uno e mezzo; alle estremità della pedana-passerella, due piccoli palcoscenici velati da un tendaggio semitrasparente; ospiteranno oggetti, attrezzi, persone del dramma. Galois è circondato da frammenti di numeri. Una moltitudine. Grigia distesa di cifre alla deriva. Accanto a lui, tra i detriti, visibilmente truccata, Stéphanie Dumotel⁴, la bella damigella che non gli corrisponde. Le note dei grandi compositori, invece, più o meno contemporanei di Évariste, Schumann, Schubert, al limite Beethoven, sgorgheranno dai vinili messi sul piatto dall’Uomo della Fonica, le cui postazioni, disseminate fuori dal corridoio centrale colmo di macerie, a ridosso del pubblico, rappresentano il tentativo, nemmeno troppo nascosto, di suscitare in Galois certe ‘strutture profonde’. Évariste ama Stéphanie e si presenta con la divisa della Guardia Nazionale, da buon repubblicano nemico della Restaurazione. Perché questa scelta? Perché la rottura della quarta parete? È presto detto. Respinto da Stéphanie, rifiutato con durezza in qualità di matematico da Poisson, bocciato due volte al Politecnico⁵, prigioniero politico, Galois sperimentò in vari modi la barbarie moderna. Visse circondato da masse viziosette e spietati burocrati di stato. In questo modo i suoi talenti, notevoli, soffocarono subito in un mare di pettegolezzi. Ebbene questa sensazione di accerchiamento, tipica della modernità, figlia della Rivoluzione Industriale e della partecipazione sempre più cospicua del popolo alla politica, è stata resa con un impianto della scena non frontale, attraversato, si diceva, longitudinalmente da un corridoio che taglia in due l’arena. Il pubblico, appunto, assiste su praticabili equidistanti. In estrema sintesi, Évariste vi appare come un animale in gabbia senza via d’uscita, chiuso dagli sguardi implacabili degli spettatori, stremato dalla bellezza non sfiorita di Stéphanie, messo alle strette dalle domande dell’Uomo della Fonica, insomma un autentico ‘serrate’ con poche illusorie fughe sino all’avanzare della notte, al buio che rapisce. Allegoria è discorso sulla soglia, sul limite. È frammento, incompletezza. Il giovane favoloso muove tra numeri e formule spezzate, l’equazione che lo assorbe e che il Nostro non abita del tutto. E come potrebbe, in un paesaggio da crollo? Allegoria è ambiente deturpato dopo la catastrofe, distruzione visitata da singolare bellezza (per esempio Stéphanie che farà il bagno nuda in vasca), allegoria è teoria dello sguardo visitato da un altrove che viene dal passato e rimanda al futuro (la tinozza di Stéphanie, infatti, ricorda l’assassinio di Marat, mentre le strumentazioni sui tavoli dell’Uomo della Fonica, il suo armamentario, rievocano la nostra condizione di mortali alle prese con l’automazione capillare degli ultimi decenni). Del resto non è forse incompleta la vita di Évariste, scomparso prematuramente a vent’anni? Non sono forse incomplete le sue teorie, ancorché straordinarie? Capace di fulminee intuizioni, poco disposto alla formalizzazione delle stesse. Il linguaggio coerente, il linguaggio dal fiato lungo, sicuro, a volte gli faceva difetto. E non è forse un atto incompiuto, l’amore deluso per Stéphanie? Senza dubbio. Amore non consumato, nel quale il corpo fresco, meraviglioso della stupenda damigella si rivela fuggevole visione di un incanto mai posseduto, un’illusione. L’amore non corrisposto è un’ingiustizia, non risolve, suona amaro, falsa nota, uno stridere in assenza di pace, di luce. La lotta politica poi, lo vede ancora acerbo, in rotta con Luigi Filippo e la sua polizia. Rivoluzione mancata quella delle “Tre Gloriose” [28-29-30 luglio 1830], rivoluzione incompleta, un’occasione persa per i grandi mentori di Galois, Blanqui, Raspail, il cui respiro vive nel dettato dell’”Uomo della fonica” che li riassume e li elide. Il  tempo, infine, non è scandito da premesse e riprese, ma indeterminato, imperfetto. In questo senso, sono evitati gli accostamenti didattici, le formule brechtiane, i segni di storicizzazione, le date. Galois ha un obiettivo: determinare quali equazioni di grado superiore al primo siano risolvibili per radicali. Eppure questo scopo, la meta di una vita, sembra allontanarsi. Forse affastella passioni su passioni, materiali su materiali, vite su vite? E si distrae. Che cosa lo domina? Il sesso? La politica? Le funzioni ellittiche? La poesia? Che cosa lo diletta? È solo un ometto, e il demone della dissipazione lo possiede. Una dissipazione mentale si badi, non morale. Évariste è un ragazzo virtuoso, facile ad infiammarsi, tuttavia. Il prodigio francese dissipa nozioni, versi, teorie, formule, equazioni, piani politici, sogna sommosse, rivoluzioni, corpi. Lo fa in scena, nel cratere fumante del suo spumeggiante cervello. Il teatro accumula materiali, certo eterogenei, spesso depistanti. Lo fa per lo spettatore, chiamato a decifrare l’allegoria, a chiuderne il “circuito”, a risolvere un mandato che viene da lontano. Perché Allegoria è parlare d’altro, o meglio parlare di noi altrove, parlare di oggi in altro modo, con la Storia, col passato, senza necessariamente ricostruirlo “didatticamente” (Antonio Piccolo). Lo spettatore dovrà operare di selezione, infatti non tutto è decisivo, anche se indispensabile. E le parole di Galois, i suoi pensieri, sono indispensabili. Indispensabili alla scrittura, che è tracciato di Storia e d’esistenza. Si opera a diversi livelli. È giusto farlo. L’emozione, prima trattenuta, si produce. Esplode per un’origine che ci accomuna e che amiamo rinnovare. L’evento ripete qualcosa che il tempo, chissà come, cambia, acuta variazione di una biografia che la Scienza, suo malgrado, ha mitizzato. Banalmente, Galois non trova Stéphanie, impegnata ad altri. Muore in duello, non soccorso dai secondi, occupati a fuggire dopo lo sparo. Infausto. Nel 1832, a Parigi, risolvere così certi contenziosi, era un reato.

III

Riassumo. Ho scritto uno spettacolo che intendo dirigere. È ambizioso. Naturalmente ha un titolo. Si chiama “Un’ora con Galois, il più grande matematico di sempre”. Quanto è moderno? Molto, ed è l’ambizione che lo sorregge ad essere moderna. Ambizione di «materiali» e di cornice, che trascendono l’idea comune di teatro. In esso la Storia si presenta e dice: “Salve, sono un cumulo di rovine”. Non solo la storia politica o la storia della matematica ma la Storia “tout court”. Cosa dice, cosa intende trasmettere, cosa intende passare, qual’é il suo fine? Semplice. Lo scopo che la drammaturgia si prefigge è questo:

solo quando daremo un nuovo volto al passato, solo quando avremo
davvero imparato a ricollocare e ridisegnare le rovine nella problematica
geografia del presente, solo allora, evidentemente, potrà esserci
vera rappacificazione, vera riconciliazione. Il teatro è allegoria.

Galois dispone di una teoria politica che riposa su un anelito di giustizia radicale, ed è quella di Blanqui (socialismo romantico). Anche in questo la mia guida è stata Walter Benjamin⁶ (Tesi di filosofia della storia). Naturalmente quel che va bene a lui, non va bene a Stéphanie, e viceversa. Talvolta la drammaturgia sembra sancire un’intesa, però è solo l’accordo del momento, destinato a svanire. Al di là dei limiti caratteriali di entrambi i giovani, la sensazione dominante è quella di una fortissima incomunicabilità. Incomunicabilità e incompiutezza, da sempre le «cifre» del nostro lavoro. L’angelo Galois vorrebbe comporre l’infranto (ancora Benjamin) e volare nel Delfinato per dedicarsi alla matematica, purtroppo non riesce, fermato da una contesa che lo porterà alla morte. Le lettere di Stéphanie ad Évariste ci sono giunte monche perché Galois in un accesso di rabbia le distrusse, poi tentò di ricostruirle, mettendo insieme i frammenti sparsi al vento, evidentemente non tutti. Infine il grande impegno profuso nello scongiurare uno stupido duello, invano fuggito. Insomma si cammina senza bussola e senza stelle in un mondo di macerie. Senza bussola e senza stelle. Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, Giulio Regeni. Probabilmente Galois parla anche di loro. Potrebbe. E ne parla senza avere l’aria di farlo, senza nominarli. Ecco perché l’allegoria ha un po’ dell’enigma. L’operina prevede che il genio ribelle non abbia mai tregua; anche in chiusa d’atto quando sembra concedersi un pò di calma, Évariste è stranamente indisposto, tutto teso allo scandalo e alla profanazione [spoliazione del manichino-suora]. Sebbene inviso ai politicanti privi di scrupolo, ai potenti, ai matematici di professione, nel giro di una notte, Galois aprì nuove strade alla scienza. Fosse stato baciato dalla Fortuna, avrebbe vissuto fino a ottant’anni e magari sposato Stéphanie. Così non è stato. Tuttavia celebriamolo con uno spettacolo, perché la sua vita rimane un trionfo, un tragico trionfo.

IV

Évariste Galois ha ridefinito linguaggio e tecniche della matematica. Il suo è stato un lavoro demistificante e certosino. Évariste ha portato ordine e luce dove prima regnavano confusione e oscurità. Ha svelato la vera natura delle equazioni, collegandone esiti e costruzione ai numeri primi. Un creatore, un genio. Egli non cercò formule risolutive (equazioni). Indagò invece i rapporti tra i coefficienti e le radici che sottopose a calcoli precisi e specifiche operazioni, creando strutture. E vide, in questo la sua forza, che tali entità, affatto nuove per l’epoca, gruppi-strutture appunto, erano rette da numeri primi. Eppure il nostro perse il padre giovanissimo, non ancora diciottenne. Fu un colpo durissimo. L’orrore per il suicidio del padre⁷ può essere frenato solo da un rito⁸ (Sarah Kane). E dopo il rito, riemerge, percepito eccome dall’Uomo della Fonica. Costui dice coraggiosamente ad Évariste che non sarà più possibile reintegrare l’«oggetto perduto». Il valzer delle «sostituzioni» non colma la distanza. Il padre, dopo morto, resta lontano, inafferrabile. Così come l’amore, nonostante l’idea dell’amore, così come la Rivoluzione, nonostante l’idea della Rivoluzione. Ciò che invece procede vicinissima e sorniona è la poesia della carne, il linguaggio del dolore. In esso non vi è una metrica perfetta. Le sue parole non rimano, e le assonanze sono minime. La canzone di Galois introduce lo sviluppo e s’inerpica su sentieri filosofici, così la filastrocca che prepara il duello fatale. L’assenza di strutture rigorose non pregiudica il ritmo, sorvegliatissimo. Apologo sul limite, il dire ribolle di energia e natura. Teoria delle equazioni, sogno democratico, sessualità. La sintesi è il verso nella Francia della conservazione. Un esempio, scelto a caso: Non disporre che di briciole frugate nei meriggi,/briciole del tempo /del tempo più indiretto. / Per favore approntate la fossa, che sia senza titoli, signoria non vuole il seme mio migliore. Anni, e la matematica di Galois rimase sepolta come un tesoro nascosto, colpevolmente dimenticato. Poi quasi per incanto uno, due, dieci, mille, diecimila specialisti la recuperarono, leggendola, insegnandola, elaborandone versioni più astratte. Fu la rivincita di Évariste, giustamente destinata a durare. Un po’ la stessa sorte di certi pianoforti di pregio, abbandonati in umide tenute, che aspettano di essere ripristinati da mani capaci in tutta la loro antica efficienza dopo un’interminabile fila di giorni consegnati all’oblio.

Note.

¹ Allegoria. Non quella di Baudelaire in cui l’albatros è associato al poeta senza ombra di ambiguità, ma quella di Benjamin (che pure ha riflettuto su Baudelaire e non poteva essere altrimenti) per la quale i contemporanei hanno ricevuto un lascito dagli antenati, un mandato che è in effetti il mattone, la pietra d’angolo sulla quale provare a costruire nuove e più solide fondamenta. Coloro che ci precedono nell’agone storico non «falliscono» se il nostro impegno, recuperando il loro passato, li redime.

² In Heiner Müller la Storia sembra annientare ogni speranza. Non è così. In realtà la carica sovversiva della sua scrittura poetica contiene riserve di utopia affidate all’inconscio. Si consiglia: “Nel cantiere di Heiner Müller” di Elisabetta Niccolini, in “Heiner Müller, Teatro II”, pagg. 137-145.

³ Vi è una tradizione antica, medievale, rinascimentale dell’enigma che fa leva sulla sua affinità con l’allegoria, come prolungamenti della metafora. Per saperne di più: Edoardo Cacciatore, Il discorso a meraviglia, Einaudi 1996. Introduzione di Giulio Ferroni, pagg. V-XX.

⁴ La disposizione alla malinconia, l’acuta consapevolezza del dolore, la disperazione per il padre assente, il genio calpestato dagli amici, l’anima ribelle umiliata da una burocrazia servile, la costante sensazione di non aver trovato un posto nel mondo, i mesi di galera vissuti in penosa solitudine, ad un certo punto Galois dovette probabilmente preferire la Luna alla Terra. E non potendola conquistare, finì per confonderla con Stéphanie Dumotel. Purtroppo non era abbastanza equipaggiato, e il corteggiamento sfumò. Oggi un cratere del satellite porta il suo nome (il grande cratere ‘Galois’ è sul lato oscuro della Luna).

⁵ L’abitudine di Galois di risolvere a memoria calcoli complicati saltando i passaggi intermedi, irritò profondamente gli esaminatori del Politecnico. La natura demoniaca dell’autorità è anche questa: si rivela come insofferenza nei confronti dei più giovani, crudele opposizione al loro desiderio di emergere, incapacità di sentire il cuore altrui.

⁶ Eugenio Mazzarella, L’angelo e l’attesa. Allegoria e simbolo nelle «Tesi di filosofia della storia» di Walter Benjamin, pagg. 168-187. In Eugenio Mazzarella, Nietzsche e la Storia. Storicità e Ontologia della Vita. Guida editori, 1983.

⁷ Davvero incredibili le circostanze della morte del padre. Suppergiù i fatti sono questi. Nicolas-Gabriel, papà di Évariste, fervente napoleonico, venne raggirato da un avversario politico che fece circolare impropriamente versi sconci attribuendoli al signor Galois, all’epoca stimatissimo sindaco di un sobborgo a sud di Parigi. Ebbene travolto dalla vergogna, Nicolas decise di farla finita.

⁸ “Un orrore così profondo può essere frenato solo da un rito”. Sarah Kane, Febbre.

⁹ “Un’ora con Galois, il più grande matematico di sempre” di Giuseppe Cerrone, finalista Premio Scena & Poesia II edizione.

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