Il Teatro è in crisi perché è Brutto

2 Luglio 2018

Teatro in Fabula

Foglio n.7

di Antonio Piccolo

Se ci si convince di vivere in un mondo in decadenza, popolato da persone ignoranti e sciocche, è in atto una scelta: mi sto mettendo dalla parte di una minoranza. Una minoranza moralmente superiore, naturalmente. Se questo suprematismo morale, poi, è dichiarato da un’intera categoria, come può essere quella del teatro, si sta alzando volutamente una barriera: noi siamo la minoranza intelligente e sana, cioè chi fa teatro; voi siete la maggioranza gretta e stupida, cioè chi non lo fa.

È questo l’atteggiamento che, dal mio limitato punto d’osservazione, riesco a scorgere. Un punto d’osservazione che include i teatranti napoletani, nelle loro manifestazioni verbali, in privato e in pubblico; i teatranti nazionali, nelle loro manifestazioni scritte sui social; molti operatori, in appuntamenti dedicati, come incontri, convegni e riviste di settore.

«Il teatro è in crisi? Per forza! Guarda in che mondo gretto e ignorante siamo costretti a praticarlo! Come vuoi che la gente addormentata possa capire quanto siamo belli e bravi…».

I pericoli imminenti sono due.
Da un lato, chi è abituato al lavoro, alla fatica, al rigore, si produce spesso in risultati estremamente criptici che comunque tagliano fuori i “non adepti”: è il teatro di autodefinita avanguardia – paradossalmente ha il suo culmine proprio nell’istituzione dei Teatri Nazionali -, che intesse un dialogo esclusivo con critici, studiosi ed acclarati esperti.
Dall’altro lato, chi è completamente impreparato, pigro e approssimativo, porta a termine i propri fiaschi, giustificandoli con questo dilagante complesso di superiorità (poiché basta il “far teatro”, di per sé, ad ottenere questa patente morale): è quel teatro cosiddetto “off” che, se ospita anche legittimi principianti e autentici sperimentatori, più spesso è la casa di improbabili e piagnucolosi perditempo.

Però, però, però, mi dicono… la barriera può essere superata e abbattuta, sì! Ma solo con un metodo: l’educazione del pubblico. Un’espressione che, mi si perdoni, mi fa venire in mente qualcosa: i gulag sovietici, per esempio.

«Tu spettatore, meschina e inerte vittima del bombardamento degradante dei media di massa, puoi ancora arrivare a comprendere la bellezza del mio teatro: oggi non ti piace e, domani, al termine della tua rieducazione… potrai finalmente apprezzarmi». Però, che generosità! Non è vero?

Se al lettore il mio paradosso parrà esagerato, io replico che questo atteggiamento auto-assolutorio del teatro ha già, oggi, due tipi di reazioni: la prima è quella dello spettatore che, soffocato dal terroristico ammonimento, applaude ed esprime apprezzamenti perché sa che – qualora si fosse annoiato – è solo perché ancora troppo stupido rispetto al suo percorso di rieducazione; la seconda reazione, decisamente più diffusa, è quella dello spettatore che a teatro semplicemente non ci torna più. Allora, il teatro è in crisi perché lo spettatore ha paura di sfidarsi?

Io, comunque, devo essere semplicemente più fortunato. Incontro, tra chi non viene a teatro, persone curiose, interessanti, con osservazioni e punti di vista che mi arricchiscono.
Ci sono di quelli che con la cultura in generale hanno un rapporto molto rarefatto: qualche film, qualche libro, un po’ di musica, molta tv, con una generale a-metodicità. Udite, udite: ci sono moltissime persone acute, intelligenti, anche tra loro! Qualcuno di loro guarda i più superficiali cabaret televisivi, ma contemporaneamente ha a cuore un film o un artista di tutt’altro percorso. Perché, con buona pace di qualche élite, una cosa non esclude l’altra. Se nella conversazione con queste persone viene fuori il teatro, ecco spuntare quella sensazione di sottomessa estraneità: i loro occhi sembrano chiedere perdono, ma la loro vita terrena non gli permette di salire a dare un’occhiata al nostro iperuranio.
Ci sono di quelli che hanno le loro opinioni forti in fatto di cultura, i loro libri preferiti, guardano le serie tv in lingua originale, i film in bianco e nero. Sono decisamente più severi. Con loro non funziona il classico alibi dei teatranti: «Eh, che vuoi fare? Se guardano tutti i più superficiali cabaret televisivi, come possono apprezzare una tragedia di Shakespeare?». No, loro non li guardano quei cabaret, alcuni non hanno nemmeno l’antenna, guardano film molto più impegnativi intellettualmente di un’opera del bardo. Con loro, se viene fuori il teatro, lo sguardo sembra dire invece: “perdonami, ma non mi va di sforzarmi di entrare in un circolo in cui i soci parlano solo fra di loro”.

Insomma, il Teatro è in crisi perché è Brutto!
Se non riesce ad incantare nessuno di coloro che ne sono a digiuno, se non riesce a fidelizzare quelli che provano ad andarci, se non riesce a mettersi alla pari di chi non ci lavora, non c’è un aggettivo più efficace: brutto, brutto, brutto!
Ne siamo responsabili noi attori, noi registi, noi drammaturghi, noi direttori artistici delle sale, noi critici, noi giurati dei premi, prima di ogni assessore, ministro o presentatore televisivo!
E per uscirne, non mi pare nemmeno il caso di richiamare le sue origini: la comunità, la polis greca etc.. Per risollevarci da questa ermetica chiusura, voglio fare invece appello alla nostra curiosità intellettuale! Come possiamo piagnucolare, se non studiamo con serietà il nostro pubblico e le sue motivazioni? Ma non il pubblico che già c’è, bensì quello potenziale! Chi, dunque? Semplice: tutti, nessuno escluso.

Monicelli affermò: «La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus». E i teatranti, che non navigano nell’oro e l’autobus forse continuano a prenderlo, che fanno? Cosa guardano? Intercettano gli altri, cercando di andare oltre a un non richiesto tentativo di rieducarli? Sono capaci di sostenere una conversazione che non parli di teatro, arte, cultura, ma delle questioni di tutti? Che parli della vita che – un giorno – potrebbe nuovamente rianimare il nostro teatro, la nostra arte e la nostra cultura, e dunque riguardarli?

Lo spettatore – soprattutto quello che non viene – ci sta mandando segnali, in tutti i modi, ma non ne abbiamo abbastanza. Sto dalla sua parte: siedo in platea con la sua ignoranza, e il più delle volte mi sento tagliato fuori da chi sta sul palco!

Ma io so che c’è una comunicazione potenziale, che ogni tanto brilla, e potrebbe brillare ancora di più. Ci credo. Sintonizziamoci con gli spettatori.

Io, colto avanguardista, sono in grado di esprimere un teatro che abbia più livelli di comunicazione? Di trovare delle forme che non pretendano da chi sta in platea di essere me stesso, affinché il mio spettacolo lo riguardi? Se sono davvero tanto geniale come ritengo, dovrei riuscire a trovare una mediazione senza diventare superficiale. O no?
E io, pigro teatrante dell’off, il cui desiderio di praticar teatro supera la mia predisposizione alla fatica necessaria, posso finalmente assumermi la responsabilità dei miei insuccessi, senza raccontarmi che se abitassi altrove (gli esempi, di solito, sono Parigi o Londra) condurrei col teatro una vita da pascià?

Usciamo fuori dal dito che ci nasconde e proviamo ad ascoltare più chi ci bastona! Consentiamo agli spettatori potenziali, affatto stupidi, di bastonarci. Anzi, che dico: esortiamoli a criticarci! Ad educarci. Ecco cosa ci vorrebbe: l’educazione del teatrante…

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DIRITTI DELLO SPETTATORE
ispirato ai diritti del lettore di Daniel Pennac

  1. Il diritto di non andare a teatro.
    Naturalmente, “non andare a teatro” non significa “non andare a teatro mai“, o non si sarebbe più spettatori… ma una qualche pausa dovremo pur prendercela, no?
  1. Il diritto di distrarsi.
    È il teatro che deve attrarre lo spettatore, non il contrario, perciò se il suddetto teatro è noioso in alcuni punti, lo spettatore ha tutto il diritto di saltarli.
  1. Il diritto di non finire lo spettacolo.
    Proprio non capisco coloro che finiscono a ogni costo tutti gli spettacoli a cui hanno iniziato ad assistere: perché sprecare tempo a guardare uno spettacolo che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a fare qualcosa che ci fa stare meglio?
  1. Il diritto di avere sale agevoli alla fuga.
    Molte sedute sono troppo strette: questo è sequestro di persona! Se voglio andarmene, deve essermi concesso di farlo, senza disturbare chi rimane (gli attori e gli spettatori soddisfatti).
  1. Il diritto di rivedere.
    Odio quelli che, vedendomi rivedere uno spettacolo, dicono: «Ma non l’hai già visto? Perché non ne vedi uno nuovo?» Lo so io perché non ne vedo uno nuovo, tranquillo.
  1. Il diritto di vedere qualsiasi cosa.
    Detesto anche coloro che criticano le scelte altrui, o che addirittura costringono a vedere un determinato spettacolo. Ti va di vedere Amleto? Oppure E fuori nevica? Ottimo, liberissimo di farlo.
  1. Il diritto al bovarismo
    Assolutamente legittimo, oltre che liberatorio, scegliere di vedere uno spettacolo per estraniarsi dalla realtà, per vivere in un mondo migliore. In mancanza di meglio, un buon spettacolo aiuta sempre.
  1. Il diritto di vedere teatro ovunque.
    Questo è il diritto che reclamo di più, ma che spesso mi viene negato: cosa c’è di regressivo nel vedere teatro fuori dai suoi templi? In una piazza, in un auditorium, in una birreria, in una palestra, in una stanza oppure… lì-dove-so-io?
  1. Il diritto di contraddire il critico.
    Il critico o l’esperto hanno detto che il tal artista è un genio assoluto? Che il tal spettacolo è un capolavoro indiscutibile? E dovrei mettermi a discutere con chi si arroga il diritto di usare termini come “assoluto” e “indiscutibile” per il teatro?
  1. Il diritto di tacere.
    Sante parole. Perché mai dovrebbero importare le famose “impressioni” su di uno spettacolo visto? Svelarle è come rompere l’intimità che si è creata tra teatro e spettatore, assolutamente da non fare.

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