Al Teatro Serra “Incontri ravvicinati con il Signor G”

_INCONTRI RAVVICINATI CON IL SIGNOR G._COPERTINA FBFoto di scena

Incontri ravvicinati con il Signor G
 da Gaber – Luporini al Teatro Serra di Napoli

16-18 novembre 2018

con Antonio Piccolo

drammaturgia e regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo

assistente alla regia: Melissa Di Genova | foto di scena: Tiziana Mastropasqua
addetta stampa: Gabriella Galbiati | progetto grafico: Riccardo Teo

“Certo, cercavo di capire cosa fosse Lui per me, ma non sapevo più neanche se esisteva, o se era tutto nella mia immaginazione.
Sentivo solo che era…qualcosa di enorme. Era tutto: il bene, il male, il mistero, l’universo, la mia vita, me stesso, tutto… “

Dal 16 al 18 novembre 2018 al Teatro Serra di Napoli (quartiere Fuorigrotta) è di scena Incontri ravvicinati con il Signor G da Giorgio Gaber e Sandro Luporini.
Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo portano in scena l’allegoria dei bisogni di un’intera umanità, che trova il suo alter ego in un animaletto grigio.

Sinossi: Un artista in crisi per la mediocrità della propria vita decide di allontanarsi da tutte le sirene del mondo, in cerca di silenzio e di indipendenza. Trasloca in una casa di periferia tutta bianca, circondata dal verde: l’ideale per rimettere a posto i pensieri e raddrizzare la strada di fronte a sé.
L’isolamento si rivela però un’illusione. Innanzitutto, i suoi propositi sono disturbati dall’osservazione della villetta accanto; in più, è continuamente disturbato dalle visite della compagna, della ex fidanzata, del fratello e di chissà chi altro. E poi, compare un topo. Grigio. Un topolino di campagna? Forse. Ma incredibilmente tenace e intelligente. La sua resistenza a tutte le trappole e tutti i marchingegni ne ingigantisce l’importanza, tanto da trasformarsi da fuggitivo in persecutore.
E i pensieri? Chi li rimette a posto? Dov’è l’isolamento? Dove il sogno di indipendenza?

QUANDO
16, 17 e 18 novembre 2018
venerdì e sabato ore 21, domenica ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

“Hémon”: tradotto in francese “Emone” di Antonio Piccolo!

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1559588476Dopo un accurato lavoro di più di un anno, la Maison Antoine Vitez Centro Internazionale di Traduzione Teatrale con sede a Parigi – pubblica sul proprio sito l’esito felice di “Hémon. La tragédie de Antigone selon le conte de le amoureux”, traduzione di “Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato”  di Antonio Piccolo (Einaudi, 2018).

L’opera – vincitrice del Premio PLATEA per la Nuova Drammaturgia nel 2016 – è stata tradotta da Emanuela Pace, attrice, drammaturga, traduttrice e studiosa francese.

maison_antoine_vitez@2xL’esperta Emanuela Pace si è audacemente lanciata nell’impresa di tradurre la neo-lingua di Piccolo e, per farlo, non ha potuto non tenere conto della propria pratica del palcoscenico e dell’amore per l’italiano, lingua dei suoi genitori.
L’italiano, il napoletano e il francese hanno storie molto diverse e, dunque, si sono poste spinose questioni sulla trasposizione del dialetto, dei registri alto-basso, dei neologismi eccetera.
La traduzione ha richiesto lunghe riflessioni, testardi tentativi e ripetute interviste direttamente all’autore, ma il risultato ha soddisfatto felicemente la Maison Antoine Vitez.

Si legge dal sito:

«La scelta del linguaggio di scrittura di Antonio Piccolo è fondamentale nella costruzione del suo pezzo. (…) Per cercare di far “sentire” e far esistere questa teatralità in francese, bisogna essere attenti alla costruzione della frase in Piccolo, al suo lessico, alla sua poesia e al suo ritmo. Volevo lavorare il più vicino possibile alla struttura sintattica originale; esplorare immagini, etimologia, mutui diversi, neologismi; gioca su occorrenze, registri e lacune. In breve, il gioco con la lingua francese era in ogni modo ispirato al gioco e al fascio di riferimenti creato dall’autore italiano».

A questo punto, non ci resta che sperare che anche la versione francese di “Emone” veda presto la strada del palcoscenico!

Per tutte le altre informazioni, rimandiamo al link ufficiale della Maison:

https://www.maisonantoinevitez.com/fr/bibliotheque/hemon-1062.html

Are you living your dream?

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Foglio n.8

ARE YOU LIVING YOUR DREAM?

di Melissa Di Genova

stanislNel 1906 Kostantin Stanislavskij ritorna a Mosca dopo il riposo estivo per dare inizio alla stagione teatrale. Vi torna portando con sé queste riflessioni:

«Come preservare la parte dalla degenerazione, dalla graduale morte spirituale, dalla tirannia dell’abitudine inveterata dell’attore e dell’addestramento esteriore? (…) È necessaria una certa preparazione spirituale prima di dare inizio alla creazione, ogni volta, a ogni sua ripetizione. Occorre, prima di creare, essere capaci di entrare in quella atmosfera spirituale nella quale soltanto è possibile il mistero della creazione».

Comincia così ad osservare, con sempre maggiore attenzione, il proprio lavoro e quello dei colleghi in teatro, nutrendosi delle perfomance di grandi attori (Duse, Salvini, Fedotova, Rossi) e dei propri compagni di scena, vivisezionandone tecnica vocale, fisica e capacità creative in funzione del personaggio interpretato. Stanislavskij giunge ad una conclusione – quella che insieme ad altre farà parte del grande studio dell’attore su se stesso – che definisce come “la scoperta di una verità da lungo tempo nota”:

«la condizione dell’attore sulla scena, nel momento in cui sta davanti a migliaia di persone e alla ribalta vivamente illuminata, è contraria alla natura e il principale impedimento durante la creazione in pubblico. Questa è l’innaturalezza della condizione dell’attore sulla scena: una condizione nella quale un uomo che sta sulla scena è obbligato a mostrare esternamente quello che non sente all’interno».

Stanislavskij parla di uno squilibrio, fisico e psichico, in cui l’attore si trova continuamente, costantemente, quotidianamente. “Che fare?”. Si catapulta in sala e con la sua compagnia comincia un estenuante lavoro di formazione artistica: un processo creativo che gli consenta di riprodurre una condizione fisica e spirituale autentica, senza scorciatoie estetiche.

«Compresi che la creazione incomincia dal momento in cui nell’anima e nell’immaginazione dell’artista appare il magico “sé” creativo».

Stanislavskij viveva certamente il suo sogno!

E noi attori e attrici oggi?

Prendiamo spunto da Napoli, realtà teatrale che conosciamo. Napoli conta circa trenta sale “ufficiali” che possono ospitare da un minimo di 90 ad un massimo di 1386 spettatori (quelli del San Carlo), più un numero mai censito e forse non censibile di “sale off”. Napoli si presenta come il paradiso dell’attore: un luogo in cui gli spazi possono essere adattati ad ogni esigenza e ad ogni investimento. Tante sale equivarebbe a dire tante possibilità: di mettere in scena; di creare; di sperimentare; di studiare. Insomma, tutto il bagaglio di nozioni, esperienze, capacità e confronto con il pubblico, con cui si definisce un attore.

Nonostante i numeri, però, dare spazio al “sé” creativo di cui parla Stanislavskij sembra essere diventato terribilmente difficile anche a Napoli. Come si spiega questa condizione? Siamo troppi? D’accordo, ma di pubblico a cui far riferimento ce ne sarebbe tanto e di ogni genere. E allora? Perché noi attori di oggi guardiamo alle parole di Stanislavskij e in qualche modo sentiamo che il Maestro è stato un privilegiato?

uomo-con-il-megafono-11855590-001La situazione è stantia e parlare della condizione artistica di un attore è rarissimo, mentre è frequentissimo discutere della condizione esistenziale dell’attore, che spesso non ha a che fare con l’arte (se non quella di arrabattarsi, più che di arrangiarsi). Molti sono i colleghi che hanno storie degne della collana “Piccoli Brividi” o di Stephen King: «Abbiamo fatto le prove, fortunatamente brevi perché non mi potevano pagare, quindi ho avuto il tempo per fare due reading e un’altra cosetta»; «le repliche sono finite sei mesi fa, ma ancora non mi hanno dato niente». Si potrebbe penare che questa è solo la condizione dei teatri off, degli spettacoli autoprodotti e delle conseguenti difficoltà. No, invece! Non vale solo per i teatri off. È la realtà. Una realtà aggravata da leggi scellerate: bandi per la selezione, e di conseguenza produzione, di spettacoli sempre inediti in una città di circa un milione di persone (un milione!) i cui teatri sono spesso vuoti; percentuali da strozzini per sale frequentate a malapena dai parenti del direttore; richieste di minimo garantito per la sala (per la sala, non per la compagnia!) senza che vi sia alcuna garanzia di pubblico; mancanza assoluta di scouting (è abitudine quasi unanime a Napoli, per i direttori artistici, il non andare a teatro, soprattutto nelle sale off, dove in realtà si sperimentano i nuovi talenti); mancanza di opportunità o provini pubblici, nemmeno nei teatri che vivono solo di pubblici finanziamenti.

Una girandola quasi monocolore, un triste virus insidiatosi nel Ventre del Teatro, che pare premiare soprattutto i bravi nella famosa “comunicazione”: «nun guardat’ a me, guardat’ ‘a man’!».

E il sé creativo? Il “sé” creativo è costipato in un cantuccio dell’anima dell’attore e fa qualche vivacissimo balzo solo quando è sul palco, per poi ritornare mestamente nel suo sgabuzzino. E il sogno? Be’… Il sogno ognuno lo tiene stretto a sé e forse ha cambiato faccia da quando si è saliti per la prima volta sul palco.

Come può un attore, ridotto a costruire il proprio lavoro con scadenze sempre più brevi e magari per sole sei repliche, vivere a pieno l’esperienza della creazione pura? Come può un attore lavorare per mesi o anni ad un solo spettacolo sapendo che probabilmente sarà un’occasione che non porterà alcun riscontro economico e in sala ci sarà solo qualche collega? Come si può credere alla coerenza artistica di un attore che lavora in uno spettacolo che di teatrale ha solo il logo sulla locandina? Come si fa a continuare a passarci queste patate bollenti, senza provare a venir fuori dall’impasse?

Forse abbiamo smesso di comprendere la dimensione del nostro mestiere, abbiamo iniziato a credere che il fine ultimo fosse il successo a tutti i costi (anche quello tra colleghi), dimenticando quella condizione di squilibrio di cui parla Stanislavskij, in cui si può operare solo in funzione di un sentimento di verità. Un sentimento che ha bisogno di sviluppo ed esercizio, costante. Tutti vogliamo lavorare, ma non si può concedersi troppo spesso l’alibi dell’ “io devo lavorare!” e essere corresponsabili, vili e consapevoli, del disamoramento generale per il teatro.

sedia-001A volte potremmo optare per essere noi stessi il cambiamento, invece di pretenderlo dai nostri spettatori. A volte, i “no” nella scelta di un lavoro – un lavoro come il nostro – sono fondamentali.

«No, non presterò la mia opera ad una squallida iniziativa solo perché se poi dico “no” sono fuori dal giro»;
«no, non presterò la mia opera in uno spettacolo per cui ho a malapena imparato il testo e faccio anche pagare un biglietto»;
«no, non mi presterò ad una performance in cui la mia sola vanità è coccolata»;
«no, non valuterò positivamente o negativamente il lavoro di un collega usando come metro le parole di un critico che vuole fare la rockstar»;
«no, non farò parte della giostra del marketing che spinge verso la modernizzazione-distruzione facendo in modo che anche il teatro sia solo un prodotto da scaffale».

Proverò a dire nuovi, consapevoli “sì”: dirò “sì” al pubblico, all’incontro, al teatro fuori dal teatro, se il teatro resta chiuso per me.
Dirò “sì” ad un collega che mi chiama non per fare uno spettacolo con me, ma per scambiare le mie impressioni con le sue.
Dirò “sì” a quella fame di teatro che c’è nelle strade, nelle scuole, nelle periferie, nei paesi.
Perché io sono un attore, perché io sono un’attrice e ho bisogno di osservare la vita per interpretarla.
Perché io sono un attore, perché io sono un’attrice e devo sbagliare tante volte per trovare la strada giusta, come la sala-prove spesso insegna.
Perché io faccio teatro!

«Io invece a quel tempo continuavo il mio cammino, pieno di dubbi e di ricerche affannose».

Su Otternative intervista ad Antonio Piccolo

Sulla rivista online Otternative, il 26 aprile è stata pubblicata un’intervista ad Antonio Piccolo, da parte di Andrea Zangari. Il link all’intervista è qui.
Di seguito, riportiamo per completezza il pezzo integrale.

 


 

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ANTONIO PICCOLO: “La drammaturgia è come uno spartito: viene scritto per essere suonato”

Tempo di lettura: 4 minuti

_MMM2012-001Antonio Piccolo, napoletano, classe ’87, è un attore, regista, drammaturgo, saggista e docente, che sta ottenendo grande successo grazie al suo modo di giocare con il teatro, fondendo le tante esperienze multimediali accumulate nel tempo. L’abbiamo incontrato dopo aver visto il suo Emone, una riscrittura molto particolare dell’Antigone di Sofocle.

Ciao Antonio, benvenuto su Otternative! Mi piacerebbe rompere il ghiaccio facendoti partire da un ricordo legato alla tua vita nel teatro, qualcosa che ti viene in mente ora se smetti di pensare e lasci andare la memoria. Qualcosa che vorresti condividere coi lettori.
Ho tre anni o qualcosa del genere. È una serata allegra. Sono in Piazza della Prefettura a Potenza, il paese di mia madre, e guardo insieme alla mia famiglia uno spettacolo di guarattelle. Canovacci classici, credo, con Pulcinella, il Diavolo, un mago eccetera. Alla fine sono così incantato che costringo i miei a comprarmi alcuni di quei burattini. Nei miei giochi d’infanzia li consumerò. Uno è entrato addirittura in Pulcinella e la scatola magica, un recente lavoro di Teatro In Fabula, la mia compagnia. Credo sia cominciato tutto da quella sera lì, anche se poi ho cominciato a recitare solo a diciassette anni.

Possiamo partire proprio da queste maschere, per tracciare una linea attraverso la tua formazione. Quali sono state le tue infatuazioni teatrali? Hai seguito un percorso accademico? Quali sono i tuoi miti, i tuoi riti, i tuoi riferimenti?
Le mie infatuazioni sono in adolescenza, e non riguardano solo il teatro, ma anche la musica, la letteratura, il cinema, lo sport. Ho imparato prima a suonare, poi a fare teatro. Nel periodo dell’innamoramento per De GregoriSaramagoNanni Moretti Maradona ho un altro ricordo: io che gioco a calcio con una palla di gomma, dentro casa, mentre con un occhio guardo ininterrottamente le commedie di Eduardo De Filippo in televisione. Volendo parlare di riferimenti, quello a cui torno più facilmente ancora oggi è lui: Eduardo.
La mia formazione è disordinata: ho studiato recitazione, mimo, canto, drammaturgia, con metodi abbastanza diversi. Solo la pratica del mestiere ha potuto collegare queste esperienze. A diciannove anni ho preso parte come attore al mio primo spettacolo professionista. Non vorrei essere banale, ma credo che proprio la pratica del palco sia stata la mia scuola principale.

IMG_7361Una domanda marzulliana: cosa deve avvenire nell’esperienza che chiamiamo teatro? Esiste un vero ambito definitorio?
Non posso parlare per tutti: posso dirti quello che deve avvenire per me. Quando esco dal teatro – da attore o da spettatore – voglio ritrovarmi con uno stato vitale più alto di quando ci sono entrato. Una voglia di vivere maggiore! Ciò non vuol dire che gli spettacoli devono essere necessariamente “ottimisti” o “a lieto fine”, ma che devono essere messi in scena con generosità e cuore aperto. Generosità vuol dire anche intensità, rigore, precisione e fatica. Cuore aperto significa svelare sinceramente qualcosa di sé, nel profondo, senza essere necessariamente autobiografici.

Quali sono le tendenze, le strade contemporanee del teatro cui guardi con più curiosità?
Il teatro che ruota intorno all’attore, ossia all’essere umano, com’era quello di Eduardo, com’è quello di Arturo CirilloToni ServilloMusella/Mazzarelli e molti altri, mi fa venire una voglia di vivere maggiore.
Il teatro che ruota intorno alla scenografia, le luci, i segni registici, le citazioni, gli effetti speciali mi fa venire voglia di correre a bere una birra per consolarmi.

Posso dire che il mio “stato vitale” dopo aver visto Emone era più alto. E che Eduardo si sentiva, forte e chiaro. Da dove sei partito per scriverlo? È venuta prima l’idea “letteraria” o la “scena”, veduta e trasposta?
Sono contento che l’effetto per te sia stato questo! L’idea parte da lontano, anche se in modo embrionale. Il mito di Antigone mi ha colpito al liceo; dopo i vent’anni avevo quest’idea di riscrittura in napoletano, che proponevo ad amici drammaturghi. Non so bene perché. Poi, a forza di riflettere, ho scritto una stesura del mito, ma con un nuovo punto di vista. Emone, nella mia reinvenzione, è finalmente la possibilità di conciliare le ferme prese di posizione che nei testi greci portano alla tragedia. Insomma, sono partito dal contenuto: Emone è l’utopia. È evidente, però, che il mio pensiero era alla scena. Quest’idea aveva bisogno della sua forma, e la forma con cui io lavoro è il teatro. La drammaturgia è come uno spartito: viene scritto per essere suonato.

Hai detto che ami un teatro che mette l’attore al centro: in Emonequesto si sente moltissimo, ma si vede anche un rigoroso e intenso esercizio della parola. Come si incontrano, allora, il testo, che almeno in parte sta a monte, e la realtà vitale dell’attore?
Il contenuto da solo non basta. Infatti, la prima versione di Emone era in italiano, e non suonava per niente. Dopo mesi che era nel cassetto, mi è scattata una scintilla. Praticando personalmente, come attore, la lingua de Lo cunto de li cunti di BasileLu santo jullare Francesco di Fo e altri, ho sentito che quello era il sound da cui partire. L’ho filtrato a mio modo, semplificandolo, perché volevo che fosse abbastanza comprensibile anche per un milanese. A proposito della “realtà vitale dell’attore”, è accaduto un fenomeno interessante: nel riscrivere il testo in questo nuovo napoletano, nel rileggerlo ad alta voce… i personaggi hanno per forza di cose mutato fisionomia e persino la trama è andata via via cambiando! Forme e contenuti non possono ignorarsi: la mia non è né un’operazione filosofica, né un’operazione letteraria. Del resto, io sono un attore che scrive, non uno scrittore che recita.

Con Emone hai vinto un premio importante e sei stato pubblicato con Einaudi. Un bellissimo traguardo. Come ti fa sentire?
Mi fa sentire più fiducioso. Il premio PLATEA è la classica occasione per cui uno pensa: “figurati se lo danno a me, già sanno a chi darlo”. Posso dire serenamente che non conoscevo nessun giurato e che da sempre bazzico altri circuiti teatrali. Questo riconoscimento improvviso è uno sprone non solo per me, ma per tutti gli artisti che fanno bene il loro mestiere senza la giusta attenzione. Siamo in tanti e, secondo me, se trascorriamo il tempo a fare, più che a lamentarci, lo spendiamo meglio. Non voglio peccare di falsa modestia: so che Emone è un testo bellissimo, e l’ho sempre saputo, prima di ricevere il premio. So anche che con Teatro In Fabula facciamo un lavoro pregevole, rigoroso e comunicativo già da qualche anno. Spero che il premio abbia una ricaduta professionale su tutta la compagnia ma, se non dovesse accadere o accadesse solo in parte, continueremo a fare il nostro teatro con generosità e a cuore aperto.

leopardiLasciamoci con un gioco: se fossi un personaggio teatrale, maschera, eroe greco, o carattere shakespeariano che sia, chi saresti?
Me la servi su un piatto d’argento… Emone! A chi credi che pensassi quando l’ho scritto? Tra me e lui c’è una sola ma sostanziale differenza: io, di fronte all’ottusità di chi continua a creare conflitti, a un certo punto mi rassegno; lui, da buon personaggio tragico, si toglie la vita. Probabilmente, è meglio insistere e ricominciare ogni volta da zero, ma come idea letteraria è poco efficace.

Grazie Antonio, spero di rivedere presto i tuoi lavori, nuovi o ripresi, in scena.
Grazie a te per le domande attente e a Otternative. Speriamo di incontrarci presto!

Antonio Piccolo parla di “Emone” alla Federico II

locandina-piccoloIn occasione del debutto al Teatro San Ferdinando di “Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato” (Einaudi, 2018), Antonio Piccolo (attore, regista, drammaturgo) parlerà agli studenti dell’Università di Napoli Federico II di questo suo primo lavoro drammaturgico, vincitore nel 2016 del Premio per la Nuova Drammaturgia italiana promosso dalla Fondazione PLATEA, il giorno mercoledì 21 marzo alle ore 13.
L’incontro, curato da Francesco Cotticelli (docente di Storia del Teatro) e Mariano d’Amora (docente di Drammaturgia Teatrale), sarà moderato da Ettore Massarese (docente di Discipline dello Spettacolo Teatrale).

Università degli Studi di Napoli Federico II
Dipartimento di Studi Umanistici

Corso di Laurea Magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo

QUANDO
mercoledì 21 marzo 2018
ore 13.00

DOVE
Aula 811
via Marina, 33 – Napoli

COME
ingresso libero

Einaudi pubblica “Emone” di Antonio Piccolo

È in libreria "Emone" di A.Piccolo per Einaudi

"Emone" di A.Piccolo in libreria per Einaudi!

È in libreria il testo vincitore della prima edizione del Premio Platea (2016), Emone, di Antonio Piccolo, edito da Einaudi nella collana Collezione di teatro. Il giovane autore napoletano rivisita il mito di Antigone da un punto di vista che non era mai stato considerato: quello del figlio di Creonte, Emone appunto, promesso sposo dell’eroina di Sofocle. L’originale riscrittura del mito viene inoltre allestita grazie a una coproduzione fra tre teatri nazionali (Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale) per debuttare al Teatro San Ferdinando di Napoli dal 20 al 25 marzo, e poi andare in scena al Teatro India di Roma dal 10 al 15 aprile, all’Arena del Sole di Bologna dal 17 al 22 aprile e al Teatro Gobetti di Torino dal 24 al 29 aprile. L’opera – sottotitolata La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato – attraversa tutti i generi teatrali, dalla commedia alla farsa, alla tragedia, sul ritmo di un fantasioso e affascinante dialetto napoletano che mescola alto e basso, registri letterari e popolari, lirismo e comicità. Il mito rivive così nella sua sostanza più autentica, specchio antico e rinnovato per parlare allo spettatore d’amore, di politica, di rapporti tra padri e figli. Un testo che sfida i parametri consueti del teatro contemporaneo riuscendo a sorprendere, divertire e commuovere.

Leggi un estratto (sito einaudi.it)

Emone – La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato
2018-  Collezione di teatro
pp. VIII – 72
ISBN 9788806237196
einaudi.it

“All’apparir del vero”: replica straordinaria il 19 novembre

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Dopo il successo riscontrato nelle repliche del 10, l’11 e il 12 novembre 2017, si è fissata una replica straordinaria dello spettacolo “All’apparir del vero. Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”, domenica 19 novembre (ore 19), sempre al Teatro Serra di Napoli, in via Diocleziano n.316.

Così scrivono i direttori artistici del teatro: «Non ce l’abbiamo fatta. A finirla qui, intendo. A quanto pare non ci sono bastati tre giorni per sviscerare il caleidoscopio di emozioni e bellezze varie in cui ti fa precipitare “All’apparir del vero”, di Antonio Piccolo con lui medesimo e con Melissa Di Genova.
Domenica 19 Novembre alle sette della sera, andrà in scena la quarta replica di questo solfeggiato spettacolo.
Il buon Leopardi è intento allo scrittoio; l’ispirazione gli tiene compagnia. Finestre di fantasia lasciano presagire un incauto imbrunire. La costante solitudine che allevia l’esistenza si crogiola dietro un sipario, lanciando onirici sacchi di iuta.
L’immortale poesia che non muore. Milioni di anni e milioni di vite rassettano un ideale fatto di carne ed ossa. E un morbido crine di ricci.
Vi prego, non ve lo perdete»
.

Uno spettacolo che mescola toni brillanti e momenti di commozione, realtà e finzione, riferimenti storici e invenzioni surreali, con una ricerca letteraria mai fine a se stessa. Non a caso, l’opera si è aggiudicata il III posto al Premio nazionale di drammaturgia Scena&Poesia, e per l’occasione è stato pubblicata in un volume da Ladolfi Editore.

Guarda anche: scheda spettacolo | trailer | foto di scena

QUANDO
19 novembre 2017
ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

Potlatch – Sull’Emone e dintorni

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Foglio n.3

POTLATCH – SULL’EMONE E DINTORNI

di Giuseppe Cerrone

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Potlatch Ceremony

La bella Ismene implora
Emone                            
lo supplica di non andare
Altrove
Antigone si stringerà a
Polinice
nel fulgore del sudario,
lasciando le nozze
lo stato.

Le mani sabbiose del popolo non si leveranno su
quei corpi implacati.

Che tutti i beni siano bruciati,
purché la fiamma del desiderio luccichi sempre più alta.

[Ad Antonio Piccolo, 11/06/2017].

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La neolingua di Antonio Piccolo, La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, impone qui una riflessione. Antonio Piccolo è autore di lingua italiana, serenamente impiegata tutte le volte che l’impiegò, dai saggi musicali su Tenco¹ e De Gregori², ai versi alessandrini di un’apocrifa operetta sugli ultimi istanti del conte Giacomo Leopardi³. Tanta olimpica accettazione non lasciava presagire la svolta linguistica di Emone, un laboratorio plurietimo e a limite plurilingue, dominato da un napoletano arcaico, cólto che se ricorda Basile, però si dispiega in parole inventate, di conio mai espresso in precedenza. Non si tratta cioè di usare solecismi o barbariche evidenze, quanto di creare o ricreare la phonè, partendo da un tappeto sonoro tradizionale, riconoscibile e tutto sommato familiare, il napoletano di Basile, appunto. Perché? Che cosa spinge l’autore a fare questo passo, posto che qualcosa l’abbia spinto?

"Uomo sabbia" di Giulio Benedetti

“Uomo sabbia” di Giulio Benedetti

È mia convinzione che l’arte moderna, almeno nei suoi più giovani e generosi esponenti, debba recuperare nella prassi poi/etica⁴, l’atto primordiale alla base del quale si instaura magicamente il linguaggio. Sto parlando di quel basilare movimento prelogico che portò la giovane scimmia a parlare, passando dal suono inarticolato di branco al logos. Dall’animalità ai segni identitari della comunità. L’ambizione, ed è ambizione anche del Piccolo, ed ambizione felice, a giudicare dalla felicissima poetica dispiegata in Emone, è quella di portare in vita l’uomo integrale, un uomo a più dimensioni, la cui voce sia nostalgia e sopravvento dell’origine, suono al di là del dire, tensione metafisica nel recupero dei giorni in cui il linguaggio era richiamo dei sensi e non ancora legge, norma, esilio.  Questa tensione, negli autori meno fortunati, a volte si risolve, sia detto senza ironia, in un vano agitar di insetti, col rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano, dopo aver inseguito fantasmi. La mia soddisfazione nel leggere Emone, soddisfazione condivisa da molti, si fonda sull’assunto che l’autore non insegue fantasmi ma cose vere. Intanto l’uomo e la donna. Emone, Antigone, Ismene sono uomini e donne integrali. La loro lingua è tutta immersa nelle cose, nel reale ed è spia di desideri irrefrenabili che la parola porta a combustione e non dissolve. Ismene ed Antigone, pur nella diversità dei caratteri, sono creature in carne ed ossa, avvezze ai lavacri mattutini e alle camere verdi, sicure di riuscire accattivanti ad Emone, che poi si decide per Antigone anche su consiglio paterno. Da par suo Emone affronta un padre dispotico, incarnazione della legge, ferreo tutore dell’ordine, dell’identità, strenuo difensore dell’istituzione, conservatore di editti che riposano sulla morte, la peste, le macerie. Ed Emone, medico dello spirito, vorrebbe “annettare” questo cancro. Di fatto certa concretezza è affidata ad elementi materici puri come la sabbia che copre Polinice, e nel farlo, ci dice qualcosa in più su Antigone, bella e curiosa ragazza, e la Guardia, turbato da tanta “tonterìa”. Da un lato il coraggio di Antigone, un coraggio che merita l’esilio, esilio, evidentemente, da un sistema di segni, quello legiferato da Creonte, che non può soddisfare la sua domanda di giustizia, che riposa su un immaginario oltre natura; dall’altro, l’ordinaria amministrazione dell’esistente postulata dalla Guardia, legittima per carità, ma mai necessaria. Si vede bene come tutto questo sia sostanza sentimentale incandescente e non gotica fantasia. La sabbia copre e disvela Polinice, così come la soggettività infinita di un artista (in questo caso Antonio) copre di sé il mondo e lo disvela. L’atto linguistico, che è atto noetico⁵ e conoscitivo nel suo percorso misterioso dal suono (simbolo) al significato, fa esattamente la stessa cosa. Signori, sia detto senza enfasi, credo di essere giunto al punto. Emone di Antonio Piccolo poggia sul mistero dell’origine (del linguaggio). Sostenere il mistero in scena, oggi come ai tempi di Basile, vuol dire inventare il mondo più che riferirlo. La neolingua di Antonio sarà allora la lingua della madre (originaria di Potenza e cittadina napoletana), la lingua di Basile, barocca quant’altra mai, la lingua non italiana del laboratorio-palcoscenico che vara in versi metanapoletani un’istanza modernissima, il recupero, in teatro, dell’uomo integrale, biologico, non di stato, che non parla l’idioma delle scuole e degli uffici, ma quello della vita, vichianamente intesa.

II

Emilio Villa: "Autoritratto"

Emilio Villa: “Autoritratto”

Carlo Emilio Gadda⁶ ed Emilio Villa⁷, approdando ad esiti altissimi, hanno spesso incidentato l’italico verbo, facendo ricorso alla portiana “scoeura de lengua del Verzee”. Si pensi, tanto per segnalare qualche riuscito misfatto, all’ Incendio di via Keplero nel caso di Gadda, come alla lirica “Quarantacinque” di Villa, inserita nella silloge Oramai (1947), dove compare l’agilissimo “borlati giù”. L’origine, in questo frangente, è “borlaa debass”. Un’analoga tensione minante certezze accademiche e salotti buonisti, fa dire a Piccolo: “circolo marvaso de la memoria vendicosa de la cetate”, ossia in italiano, mai necessario, “circolo malvagio della memoria rancorosa della città”. E la palese differenza tra le due rese, forte l’una, debole la seconda, non v’è alcuno che possa discutere. Gadda e Villa non ci sono più. Sul fronte teatro, tramontato Ruccello, vive e lavora Enzo Moscato. Per fortuna pare che goda di ottima salute. Gadda e Villa non erano attori. Ruccello e Moscato, sì. Forse il Sud ha bisogno dell’atto per spettinare la lingua, il gesto sempre nuovo della giovane scimmia che nel mito risolve la parola, ricreando il mondo, percepito come fosse la prima volta. La giovane scimmia deve ogni ora ricominciare la partita, imparare a realizzare, in uno col primordiale gesto materico, l’universo delle parole, delle cose [i corpi, la sabbia, il vento, la disperazione della vita assente, presente però in quanto fetore di cadavere, e perciò l’olfatto…]. La scimmia, lo si è capito, è l’attore. Dopo Ruccello e Moscato, altre scimmie sono comparse. Autori-attori-scrittori che superano la classica definizione di drammaturgo. Penso a Mimmo Borrelli ed Antonio Piccolo. Il laboratorio plurilingue di Gadda e Villa si innesta sulla pagina bianca, quello di Borrelli e Piccolo continua in teatro, sulla scia di Moscato. Nella dispersione delle cose vane, chiudo dicendo che Antonio ha solo trent’anni. Mi sembra una fantastica notizia.

 

Note

¹ Vedi il saggio D’amore, di noia e di altre sciocchezze, contenuto nel libro edito da Rizzoli, su Luigi Tenco cantautore, dal titolo “Il mio posto nel mondo”, Biblioteca Universale Rizzoli, ottobre 2007.

² La storia siamo noi. Francesco De Gregori. Edizioni Bastogi, 2007.

³ All’Apparir Del Vero, Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte, vincitore del III posto al Premio nazionale di drammaturgia “Scena e Poesia”. Edito quest’anno. L’Alessandrino d’Oltralpe di dodici sillabe, ricomparve in Italia nel seicento, camuffato da Martelliano (quattordici sillabe). Tuttavia, una prima fioritura nel nostro paese, si registra già nel 1200. Sapientemente impiegato da allora in composizioni di carattere drammatico e/o narrativo. Antonio non fa eccezione. La cosa interessante, comunque, in quest’opera, musicalmente parlando, è la mancanza di cesure nel verso, che si dispiega intero senza divisioni in emistichi. Lezione carducciana. L’effetto, abolita la prospettiva, è una tela schiacciata sulla simmetria morte-vita.

⁴ Prassi poietica: da “Poiein”, l’agire dello scrittore, né più né meno, fatto di vissuti e memorie. In senso lato, quello di qualsiasi artista, compromesso aristotelicamente con la materia, attore, pittore, musicista, performer, regista.

⁵ L’atto intenzionale della coscienza, relativo al pensiero, nella fenomenologia di Husserl.

⁶ Per un primo approccio a Gadda (1893-1973), si consiglia: Racconti, Garzanti editore, collezione « I bianchi », 1972. Nel volume compaiono capitoli di romanzi celebri: “La Meccanica” e “La cognizione del dolore”.

⁷ Meno noto di Gadda, Emilio Villa (1914-2003) è dipinto magistralmente da Stelio Maria Martini, in L’oggetto Poietico, pagg. 79-91, Il Laboratorio/Le Edizioni, marzo 2009.

 

“All’apparir del vero”: l’ultima ora di Leopardi al Teatro Serra di Napoli

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Si terrà il 10, l’11 e il 12 novembre 2017 al Teatro Serra di Napoli, in via Diocleziano n.316, lo spettacolo “All’apparir del vero. Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”, produzione Teatro In Fabula.

Secondo testo di Antonio Piccolo dopo “Emone” (vincitore del Premio PLATEA di Nuova Drammaturgia, che verrà pubblicato da Einaudi e messo in scena da alcuni Teatri Nazionali), la pièce ha per protagonisti Giacomo Leopardi e la Morte, nell’ultima ora di vita del grande poeta, interpretati dallo stesso Antonio Piccolo e da Melissa Di Genova.

Dalle note dell’autore: «Sul mio manuale del liceo la biografia di Leopardi finiva più o meno così: “a 39 anni lo colse finalmente la morte, a lungo invocata”. (…) come può un uomo così vitale detestare davvero l’esistenza al punto da invocare seriamente la propria fine? Qui comincia il gioco, ossia il play, ossia il teatro. Se la Morte, con un pretesto, comparisse di fronte a Leopardi e quasi tentasse di fargli cambiare idea? Il poeta, in fondo, ha amato la vita! E se portasse come “prove documentali” della propria tesi le sue stesse parole? (…) Come se fosse un’operetta morale apocrifa, ho dunque immaginato il “Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”. E ho anche ritrovato un vecchio amico: il poeta che ho amato sin da ragazzo».

Uno spettacolo che mescola toni brillanti e momenti di commozione, realtà e finzione, riferimenti storici e invenzioni surreali, con una ricerca letteraria mai fine a se stessa. Non a caso, l’opera si è aggiudicata il III posto al Premio nazionale di drammaturgia Scena&Poesia, e per l’occasione è stato pubblicata in un volume da Ladolfi Editore.

Guarda anche: scheda spettacolo | trailer | foto di scena

QUANDO
10, 11 e 12 novembre 2017
venerdì e sabato ore 21, domenica ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

Teatro di campagna, teatro di città

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Foglio n.2

TEATRO DI CAMPAGNA, TEATRO DI CITTÀ

di Melissa Di Genova

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Pulcinella e la scatola magica

La prima volta che ho messo piede a Napoli mi sono detta: «Ecco la mia città!». Ero giovane, appena laureata, affamata di esperienze, di arte, di vita. Ci sono voluti dieci anni perché poi “la mia città” lo diventasse davvero: cinque regalati alla capitale e cinque vissuti nella provincia, la profonda provincia, la campagna per i più. Strani, indispensabili giri.

Per far sì che un arrivo sia considerato tale è necessaria una partenza. La mia è lontanissima: a quattro anni, quando sono salita la prima volta su un palco. Ero una bambina irrequieta e mia madre pensò che un po’ di disciplina non mi avrebbe fatto male. Errore! O meglio, l’irrequietezza dell’animo si è trasformata in disciplina del movimento; ho studiato e studiato, per quindici anni, ritrovandomi danzatrice senza mai desiderare di essere una ballerina di prima fila. Non me ne vorrà la mia straodinaria Maestra Cinzia Donatiello, a cui devo anche l’insegnamento alla determinazione, all’umiltà e al superamento dei propri limiti. C’era qualcosa, però, che la semplice esecuzione non riusciva a colmare, perché anche nelle sue espressioni eccellenti, la danza è in primis una forma d’arte che raggiunge il suo apice quanto più la sua rappresentazione è perfetta e perfettamente ripetibile: la ripetizione perfetta di un codice.

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Melissa Di Genova ne “I musicanti di Brema”

Il Teatro era sulla mia strada, l’incontro è stato fatale. «Sarà la mia vita!» e a diciotto anni dovevo, volevo saperne di più: destinazione Roma, università, studiare, macinare i concetti, le pagine, Artaud, Stanislavskij, Vachtangov, i Comici dell’Arte… «di più!  Voglio saperne di più! C’è uno stage. Dove? Al Teatro Vascello. Mi butto!». Ma Roma non era abbastanza, non lo sapevo allora e, a furia di buttarmi, tento la folle impresa di seguire i corsi di specialistica dal lunedì al giovedì, correre a Tiburtina, prendere il pullman, arrivare in Irpinia e condurre due laboratori, uno per i ragazzi della scuola media e l’altro per i liceali, entrambi del mio paese.

Eccolo lì, il primo contatto tra il Teatro che “sapevo” e il Teatro che avrei dovuto costruire; tra il Teatro dei Maestri e un gruppo di ragazzi che di maestri e professori ne avevano le scatole piene. Quel momento, quello stupore, quella meraviglia sono stati il punto. La partenza, per me. Adesso lo sapevo: Roma non era abbastanza. Io dovevo fare Teatro lì, in Irpinia, dove l’avevo incontrato. Così è nata l’associazione di cui ho fatto parte per cinque anni, così è avvenuta la scoperta della mia terra, della gente che la vive e di cosa potessi fare io con l’impresa – intesa come “avventura” – del teatro. Altra meraviglia. Ho visto il pubblico e l’ho amato, profondamente. Ricordo ogni posto, ogni palco, ogni pavimento più spesso, ogni disagio, ogni soluzione, ogni professore o professoressa, ogni maestro o maestra, ogni bidello che mi ha accolto con “Ah! Siti vinuti a fa’ lo teatro? E puro buono è. Ca qua non ‘nge niendi!” e ricordo anche quelli che nella scuola non mi ci hanno fatto neanche entrare. Capita.

Io ricordo tutto perché l’inizio, la partenza non la dimentichi mai, non è soggetta a rimozione, sta lì, come un faro, spento o acceso, ma è lì. Ho cominciato in campagna a fare il teatro che si fa in città: il mestiere del teatro. La mia formazione perciò è stata, è, lo scambio continuo tra quello che faccio – non solo quando sono sul palco – e la gente che il teatro forse l’ha visto una volta («quando è venuto quell’attore famoso») o non l’ha visto mai («no, no. Io non le capisco ste cose» oppure «sì, ma a che serve?»).

"L'uomo di fumo" (produzione TIF)

“L’uomo di fumo” (produzione TIF)

Il teatro di città non è così. È dura. Durissima. Si lotta – non mi è venuto termine migliore – per far parte di uno spettacolo in cui spesso conta più il nome del regista che la creazione artistica in sé, un po’ come un prodotto commerciale qualunque: la marca, il brand, lo stile… ma la maglietta, dopo due lavaggi, la usi per pulire i mobili o farci accomodare su il gatto. È dura, durissima. L’artista è svilito, svuotato, privato della necessità di esprimersi e spesso si accontenta, nei casi peggiori si rassegna. È dura, durissima, soprattutto perché si vive come in una bolla d’acqua. Dentro, nella bolla, tutto è ovattato, attutito, rallentato. Non arriva il rumore del mondo, della vita, del pubblico. Nella bolla si finisce col credere alle balle: la poltrona vuota e un nome in più sul curriculum sono “pubblico”; il collega è “pubblico”; il critico che scriverà una recensione che nessuno leggerà è “pubblico”. La bolla fa quest’effetto. È un posto strano, l’unico in cui l’inizio non lo puoi ricordare, non devi, perché ricordare l’inizio, perché hai cominciato, potrebbe portarti fuori dalla bolla.

Allora che si fa? Si fa saltare tutto? Si dice di no a tutti? Non lo so. Quello che so è che, oggi, la scelta è proprio lì, sul limite sottile della bolla: fuori o dentro; e il teatro di campagna è fuori dalla bolla. È la periferia, è il quartiere, è il paese, è il pubblico non educato ad essere tale, è indipendente, è libero (perché lo è!), è il teatro che si produce, si distribuisce, che incontra, che scambia, che crea, che dell’artigianato – sulle orme di una grandissima tradizione – fa arte. È fuori dalla bolla: questo è il suo male, questo è il suo bene.