Corso di Teatro a Montella! Iscrizioni aperte per tutto il mese di novembre

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Teatro In Fabula apre a Montella (AV) le iscrizioni al Corso di Teatro per ragazzi e per adulti 2018/19, diretto da Melissa Di Genova e Antonio Piccolo.

PER TUTTO IL MESE DI NOVEMBRE
LA 1ª LEZIONE DI PROVA È GRATUITA!

DOVE
“Centro Studi Danza” a via Don Minzoni n.58, Montella (AV)

A CHI SI RIVOLGE
ragazzi e adulti (13 anni in su)

DOCENTI
Melissa Di Genova, Antonio Piccolo, Giuseppe Cerrone

MATERIE
Recitazione, Voce e Respirazione, Dizione, Linguaggio del Corpo, Movimento Scenico, Improvvisazione, Interpretazione del Testo

QUANDO
da Novembre a Giugno, tutti i sabati
ore 17/20 (ragazzi e adulti dai 13 anni in su)

INFO
tel. 327.855.93.22
info@teatroinfabula.it
facebook: @teatroinfabula
www.teatroinfabula.it

Are you living your dream?

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Foglio n.8

ARE YOU LIVING YOUR DREAM?

di Melissa Di Genova

stanislNel 1906 Kostantin Stanislavskij ritorna a Mosca dopo il riposo estivo per dare inizio alla stagione teatrale. Vi torna portando con sé queste riflessioni:

«Come preservare la parte dalla degenerazione, dalla graduale morte spirituale, dalla tirannia dell’abitudine inveterata dell’attore e dell’addestramento esteriore? (…) È necessaria una certa preparazione spirituale prima di dare inizio alla creazione, ogni volta, a ogni sua ripetizione. Occorre, prima di creare, essere capaci di entrare in quella atmosfera spirituale nella quale soltanto è possibile il mistero della creazione».

Comincia così ad osservare, con sempre maggiore attenzione, il proprio lavoro e quello dei colleghi in teatro, nutrendosi delle perfomance di grandi attori (Duse, Salvini, Fedotova, Rossi) e dei propri compagni di scena, vivisezionandone tecnica vocale, fisica e capacità creative in funzione del personaggio interpretato. Stanislavskij giunge ad una conclusione – quella che insieme ad altre farà parte del grande studio dell’attore su se stesso – che definisce come “la scoperta di una verità da lungo tempo nota”:

«la condizione dell’attore sulla scena, nel momento in cui sta davanti a migliaia di persone e alla ribalta vivamente illuminata, è contraria alla natura e il principale impedimento durante la creazione in pubblico. Questa è l’innaturalezza della condizione dell’attore sulla scena: una condizione nella quale un uomo che sta sulla scena è obbligato a mostrare esternamente quello che non sente all’interno».

Stanislavskij parla di uno squilibrio, fisico e psichico, in cui l’attore si trova continuamente, costantemente, quotidianamente. “Che fare?”. Si catapulta in sala e con la sua compagnia comincia un estenuante lavoro di formazione artistica: un processo creativo che gli consenta di riprodurre una condizione fisica e spirituale autentica, senza scorciatoie estetiche.

«Compresi che la creazione incomincia dal momento in cui nell’anima e nell’immaginazione dell’artista appare il magico “sé” creativo».

Stanislavskij viveva certamente il suo sogno!

E noi attori e attrici oggi?

Prendiamo spunto da Napoli, realtà teatrale che conosciamo. Napoli conta circa trenta sale “ufficiali” che possono ospitare da un minimo di 90 ad un massimo di 1386 spettatori (quelli del San Carlo), più un numero mai censito e forse non censibile di “sale off”. Napoli si presenta come il paradiso dell’attore: un luogo in cui gli spazi possono essere adattati ad ogni esigenza e ad ogni investimento. Tante sale equivarebbe a dire tante possibilità: di mettere in scena; di creare; di sperimentare; di studiare. Insomma, tutto il bagaglio di nozioni, esperienze, capacità e confronto con il pubblico, con cui si definisce un attore.

Nonostante i numeri, però, dare spazio al “sé” creativo di cui parla Stanislavskij sembra essere diventato terribilmente difficile anche a Napoli. Come si spiega questa condizione? Siamo troppi? D’accordo, ma di pubblico a cui far riferimento ce ne sarebbe tanto e di ogni genere. E allora? Perché noi attori di oggi guardiamo alle parole di Stanislavskij e in qualche modo sentiamo che il Maestro è stato un privilegiato?

uomo-con-il-megafono-11855590-001La situazione è stantia e parlare della condizione artistica di un attore è rarissimo, mentre è frequentissimo discutere della condizione esistenziale dell’attore, che spesso non ha a che fare con l’arte (se non quella di arrabattarsi, più che di arrangiarsi). Molti sono i colleghi che hanno storie degne della collana “Piccoli Brividi” o di Stephen King: «Abbiamo fatto le prove, fortunatamente brevi perché non mi potevano pagare, quindi ho avuto il tempo per fare due reading e un’altra cosetta»; «le repliche sono finite sei mesi fa, ma ancora non mi hanno dato niente». Si potrebbe penare che questa è solo la condizione dei teatri off, degli spettacoli autoprodotti e delle conseguenti difficoltà. No, invece! Non vale solo per i teatri off. È la realtà. Una realtà aggravata da leggi scellerate: bandi per la selezione, e di conseguenza produzione, di spettacoli sempre inediti in una città di circa un milione di persone (un milione!) i cui teatri sono spesso vuoti; percentuali da strozzini per sale frequentate a malapena dai parenti del direttore; richieste di minimo garantito per la sala (per la sala, non per la compagnia!) senza che vi sia alcuna garanzia di pubblico; mancanza assoluta di scouting (è abitudine quasi unanime a Napoli, per i direttori artistici, il non andare a teatro, soprattutto nelle sale off, dove in realtà si sperimentano i nuovi talenti); mancanza di opportunità o provini pubblici, nemmeno nei teatri che vivono solo di pubblici finanziamenti.

Una girandola quasi monocolore, un triste virus insidiatosi nel Ventre del Teatro, che pare premiare soprattutto i bravi nella famosa “comunicazione”: «nun guardat’ a me, guardat’ ‘a man’!».

E il sé creativo? Il “sé” creativo è costipato in un cantuccio dell’anima dell’attore e fa qualche vivacissimo balzo solo quando è sul palco, per poi ritornare mestamente nel suo sgabuzzino. E il sogno? Be’… Il sogno ognuno lo tiene stretto a sé e forse ha cambiato faccia da quando si è saliti per la prima volta sul palco.

Come può un attore, ridotto a costruire il proprio lavoro con scadenze sempre più brevi e magari per sole sei repliche, vivere a pieno l’esperienza della creazione pura? Come può un attore lavorare per mesi o anni ad un solo spettacolo sapendo che probabilmente sarà un’occasione che non porterà alcun riscontro economico e in sala ci sarà solo qualche collega? Come si può credere alla coerenza artistica di un attore che lavora in uno spettacolo che di teatrale ha solo il logo sulla locandina? Come si fa a continuare a passarci queste patate bollenti, senza provare a venir fuori dall’impasse?

Forse abbiamo smesso di comprendere la dimensione del nostro mestiere, abbiamo iniziato a credere che il fine ultimo fosse il successo a tutti i costi (anche quello tra colleghi), dimenticando quella condizione di squilibrio di cui parla Stanislavskij, in cui si può operare solo in funzione di un sentimento di verità. Un sentimento che ha bisogno di sviluppo ed esercizio, costante. Tutti vogliamo lavorare, ma non si può concedersi troppo spesso l’alibi dell’ “io devo lavorare!” e essere corresponsabili, vili e consapevoli, del disamoramento generale per il teatro.

sedia-001A volte potremmo optare per essere noi stessi il cambiamento, invece di pretenderlo dai nostri spettatori. A volte, i “no” nella scelta di un lavoro – un lavoro come il nostro – sono fondamentali.

«No, non presterò la mia opera ad una squallida iniziativa solo perché se poi dico “no” sono fuori dal giro»;
«no, non presterò la mia opera in uno spettacolo per cui ho a malapena imparato il testo e faccio anche pagare un biglietto»;
«no, non mi presterò ad una performance in cui la mia sola vanità è coccolata»;
«no, non valuterò positivamente o negativamente il lavoro di un collega usando come metro le parole di un critico che vuole fare la rockstar»;
«no, non farò parte della giostra del marketing che spinge verso la modernizzazione-distruzione facendo in modo che anche il teatro sia solo un prodotto da scaffale».

Proverò a dire nuovi, consapevoli “sì”: dirò “sì” al pubblico, all’incontro, al teatro fuori dal teatro, se il teatro resta chiuso per me.
Dirò “sì” ad un collega che mi chiama non per fare uno spettacolo con me, ma per scambiare le mie impressioni con le sue.
Dirò “sì” a quella fame di teatro che c’è nelle strade, nelle scuole, nelle periferie, nei paesi.
Perché io sono un attore, perché io sono un’attrice e ho bisogno di osservare la vita per interpretarla.
Perché io sono un attore, perché io sono un’attrice e devo sbagliare tante volte per trovare la strada giusta, come la sala-prove spesso insegna.
Perché io faccio teatro!

«Io invece a quel tempo continuavo il mio cammino, pieno di dubbi e di ricerche affannose».

“Pulcinella e la scatola magica” al Giffoni Film Festival

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Si terrà il 23 luglio 2018 a Piazzetta Scarpone di Giffoni Valle Piana (SA), nell’ambito del Giffoni Film Festival 2018 – sezione Giffoni Street Fest – lo spettacolo “Pulcinella e la scatola magica”, produzione Teatro In Fabula.

Già rappresentato in piazze, cortili, feste, scuole, lo spettacolo è adatto a bambini dai 3 ai 103 anni. Dalle note di Melissa Di Genova e Antonio Piccolo, autori ed interpreti dello spettacolo:

Pulcinella, dunque, è ancora vivo? Può ancora comunicare qualcosa a chi assiste alle sue avventure?
Noi lo abbiamo affrontato con la riverenza che una storia centenaria richiede, facendo tesoro dei nostri studi corporei e mimici, come delle letture storiche, tecniche, filosofiche; ma anche con l’audace ingenuità che hanno i bambini, che si tuffano nell’azione facendosi semplicemente guidare dalla forza spiritica della maschera, che forse è tutto ciò che essa richiede.
Il risultato è una serie di avventure coinvolgenti, costruite con la tecnica dei canovacci della Commedia dell’Arte – anzi, della Commedia all’Improvviso -, in cui ritmo, trucchi artigianali e l’interazione con il pubblico (calibrata con mestiere) fanno esplodere tutto il potere di Pulcinella: una forza ancestrale, universale, priva di formalismi o sovrapposizioni intellettualistiche, che sa giocare con i cliché, scendendo molto al di sotto della loro superficie.
Sì, Pulcinella è vivo. Sì, comunica ancora ai suoi spettatori.
Sono loro ad avercelo detto”.

Guarda anche: scheda spettacolo | foto di scena

QUANDO
23 luglio 2018
ore 19.00

DOVE
Piazzetta Scarpone
Giffoni Valle Piana (SA)

INFO E PRENOTAZIONI
www.giffonifilmfestival.it
INGRESSO GRATUITO

Scuola e Teatro: connubio rimandato

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Foglio n.5

SCUOLA E TEATRO: CONNUBIO RIMANDATO

di Melissa Di Genova

vlcsnap-2018-03-03-020Se esiste un posto assolutamente inappropriato per ideare, strutturare, sviluppare e mettere in pratica un laboratorio teatrale… quel luogo, per l’artista, è la scuola. Almeno quella di oggi, quella conosciuta da me.

La prima volta che ho messo piede in una scuola era il 1988 e di quel momento ho un ricordo confuso, ovviamente, ma piacevole. Ricordo le recite scolastiche, le maestre, le canzoni. In fondo, per una bimba di sei anni era piacevole. Laboratori di teatro? No, non alle elementari, non alle medie. Al liceo? Sì! Quelli sì, li ricordo vividamente. Il teatro a scuola è stato, per buona parte della mia crescita, tutto opera e missione delle maestre, delle educatrici. Spazio per i professionisti del settore non ce n’era.

Oggi, invece, i laboratori di teatro nelle scuole fanno parte delle tantissime attività che un Istituto di formazione offre ai suoi studenti: si parte già dalla scuola dell’infanzia. Insomma, gli scolari di oggi sono fortunati! Pure gli esperti! PON, PORF, POF, Scuola viva, Scuole aperte: fondi, fondi, fondi, fondi! Per la scuola; per le attività extra-curriculari; per gli esperti che finalmente possono confrontarsi con allievi privi di esperienza teatrale, che possono cercare – attraverso uno scambio di emozioni, tecniche ed intimità – di lasciare un semino. Piccolo, forse invisibile. Dunque, le risorse economiche ci sono tutte! L’Europa investe affinché gli studenti possano incontrare professionisti esterni, i famosi “esperti”. Ci si sente fortunati, c’è poco da dire!

E allora perché, quando l‘esperto – d’ora in poi, per brevità chiamato “artista” – lavora ad un laboratorio teatrale a scuola, sente di essere coinvolto in una lotta in cui ha pochissime possibilità di uscire vittorioso? Perché dai Dirigenti e dai tutor l’artista sente più spesso dire «… E il saggio finale?», piuttosto che «collaboreremo  affinché questo laboratorio sia un’esperienza importante per i nostri ragazzi»?. Perché il connubio tra scuola e teatro è imperfetto! Docenti e Dirigenti si mostrano agli artisti come un Leviatano, una creatura invincibile. Tutte le regole del teatro vengono spesso buttate alle ortiche: interruzioni continue dei collaboratori scolastici (non istruiti, preventivamente, a collaborare); professori che invitano l’artista a replicare nel gruppo le dinamiche della mattina, cosicché un ragazzo che non spicca nelle materie scolastiche non debba brillare nemmeno a teatro.

vlcsnap-2018-03-03-018Ma l’artista non molla: respira e fa lo slalom tra i paletti dell’ottusità e, ancora più spesso, dell’ignoranza. L’artista crede che, nonostante tutto, i ragazzi ameranno il teatro nella sua essenza, perché sapranno riconoscerla. Nel profondo si illude: crede che, lavorando lavorando, questi suoi acerbi teatranti dimostreranno a tutti che il teatro non è la scuola, perché il teatro è un’altra cosa. Il teatro è sovversivo, educa alla libertà (da se stessi, dal proprio giudizio, da quello degli altri), spinge verso l’indipendenza dalla dottrina, accompagna la formazione di un giudizio critico. Il teatro, proprio a scuola, fa esplodere la sua forza, beffando burocrazia e pregiudizi. Pensate: un gruppo di sconosciuti che per mesi gioca, studia, lavora sull’individuo per il gruppo, al fine di creare un corpo solo. Una magia, che richiede accortezza.

Ecco, quindi, il primo punto: accortezza. Si, per i laboratori di teatro a scuola ci vuole accortezza da parte dei Dirigenti, dei docenti tutor, del personale scolastico, per tutelare l’esperienza che gli allievi si predispongono a fare, affidando il loro universo di incertezze e paure ad un “maestro” che li guidi. Allora la collaborazione tra artista e scuola dovrebbe essere trasparente, basata su una fiducia nelle professionalità di entrambe le parti.

Ecco il secondo punto: professionalità… Eppure c’è chi confonde, per ingenuità o mediocrità, il teatro di professione con il teatro amatoriale: legittimi entrambi, ma c’è una bella differenza tra chi lavora dalla mattina alla sera al teatro e chi lo fa solo nelle ore libere. Vi sottoporreste ad un’operazione sapendo che al posto del chirurgo c’è uno professore di Storia medievale? Fareste riparare la vostra auto da un biologo? Affidereste l’istruzione scolastica dei vostri figli a qualcuno che dice: «Si! Faccio il professore nel tempo libero»? E perché per il teatro il discorso dovrebbe essere diverso? Tutti pretendiamo professionalità, no?

Un Dirigente, un tutor non devono temere le richieste meticolose di un artista, perché significa che ha il desiderio di compiere un percorso serio con gli alunni; un Dirigente, un tutor non possono ostinarsi nel pensare che il saggio finale debba essere l’unico obiettivo; un Dirigente, un tutor non possono pigramente credere che i ragazzi non siano all’altezza di fare seriamente il teatro a scuola. Dunque, un Dirigente, un tutor non possono concludere che il teatro a scuola possa essere realizzato da chiunque… anche da un docente. Non è così. Eppure, nella sconsiderata normativa ministeriale per la selezione di esperti esterni per progetti PON, si legge che

«La scuola può procedere seguendo tali operazioni:

  1. Selezione interna;
  2. Collaborazione plurima con altre scuole. (…)
  3. Selezione a evidenza pubblica. In questo caso la scelta sarà subordinata ad una procedura di selezione interna con esito integralmente negativo o con attestazione solo parziale del reperimento delle professionalità richieste.
  4. Designazione diretta da parte degli organi collegiali».

vlcsnap-2018-03-03-019La scelta sarà subordinata ad una procedura di selezione interna con esito integralmente negativo”… insomma, prima degli esperti, i non esperti. Per capirci: se Eduardo De Filippo avesse richiesto di candidarsi come esperto esterno ad un bando PON per il teatro nella stessa gara in cui si fosse candidata un’insegnante di lettere, la candidatura di De Filippo non sarebbe neanche stata valutata!

Non è una battaglia contro i professori, che hanno mille meriti, ma una battaglia per il teatro:

Caro professore,

nella mia vita ti ho incontrato molte volte come studentessa, altre volte come attrice, altre ancora come esperto di teatro. Io, caro professore, ti ringrazio per quello che sei riuscito a trasmettermi. Ti ringrazio per aver lottato contro la frustrazione, la delusione, l’abitudine e avermi reso partecipe di una storia più grande di me. Caro professore, ho bisogno di farti una confessione: mi dispiace che la scuola italiana non sia più il fiore all’occhiello della nostra struttura culturale; che tu, come essere umano e professionista, sia ormai ridotto a subire le invettive dei superiori, dei Ministri delle tante mai realizzate Buone scuole; ma, se ancora ti ricordi di me, di quando ero solo uno dei tuoi tanti studenti che tra i corridoi rimproveravi per la troppa vivacità e la mancanza d’ordine, ascoltami: lascia che il sipario si alzi anche su di te. Lascia che il Teatro e chi lo professa ti avvolga e ti renda partecipe di un processo straordinario. Lascia che il Teatro ti apra gli occhi su un mondo in cui le uniche regole non sono stabilite dall’età, dallo stato sociale, da quello economico, dal titolo. Sono stabilite dal gioco che si gioca. Lasciati sedurre dal mondo in cui un povero può diventare re, in cui anche un adolescente è portatore di saggezza e conoscenza della vita, dell’amore. Lasciati bruciare da un mondo in cui il fuoco non si spegne mai.

Perché un artista ci crede, sempre.

“All’apparir del vero”: replica straordinaria il 19 novembre

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Dopo il successo riscontrato nelle repliche del 10, l’11 e il 12 novembre 2017, si è fissata una replica straordinaria dello spettacolo “All’apparir del vero. Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”, domenica 19 novembre (ore 19), sempre al Teatro Serra di Napoli, in via Diocleziano n.316.

Così scrivono i direttori artistici del teatro: «Non ce l’abbiamo fatta. A finirla qui, intendo. A quanto pare non ci sono bastati tre giorni per sviscerare il caleidoscopio di emozioni e bellezze varie in cui ti fa precipitare “All’apparir del vero”, di Antonio Piccolo con lui medesimo e con Melissa Di Genova.
Domenica 19 Novembre alle sette della sera, andrà in scena la quarta replica di questo solfeggiato spettacolo.
Il buon Leopardi è intento allo scrittoio; l’ispirazione gli tiene compagnia. Finestre di fantasia lasciano presagire un incauto imbrunire. La costante solitudine che allevia l’esistenza si crogiola dietro un sipario, lanciando onirici sacchi di iuta.
L’immortale poesia che non muore. Milioni di anni e milioni di vite rassettano un ideale fatto di carne ed ossa. E un morbido crine di ricci.
Vi prego, non ve lo perdete»
.

Uno spettacolo che mescola toni brillanti e momenti di commozione, realtà e finzione, riferimenti storici e invenzioni surreali, con una ricerca letteraria mai fine a se stessa. Non a caso, l’opera si è aggiudicata il III posto al Premio nazionale di drammaturgia Scena&Poesia, e per l’occasione è stato pubblicata in un volume da Ladolfi Editore.

Guarda anche: scheda spettacolo | trailer | foto di scena

QUANDO
19 novembre 2017
ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

“All’apparir del vero”: l’ultima ora di Leopardi al Teatro Serra di Napoli

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Si terrà il 10, l’11 e il 12 novembre 2017 al Teatro Serra di Napoli, in via Diocleziano n.316, lo spettacolo “All’apparir del vero. Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”, produzione Teatro In Fabula.

Secondo testo di Antonio Piccolo dopo “Emone” (vincitore del Premio PLATEA di Nuova Drammaturgia, che verrà pubblicato da Einaudi e messo in scena da alcuni Teatri Nazionali), la pièce ha per protagonisti Giacomo Leopardi e la Morte, nell’ultima ora di vita del grande poeta, interpretati dallo stesso Antonio Piccolo e da Melissa Di Genova.

Dalle note dell’autore: «Sul mio manuale del liceo la biografia di Leopardi finiva più o meno così: “a 39 anni lo colse finalmente la morte, a lungo invocata”. (…) come può un uomo così vitale detestare davvero l’esistenza al punto da invocare seriamente la propria fine? Qui comincia il gioco, ossia il play, ossia il teatro. Se la Morte, con un pretesto, comparisse di fronte a Leopardi e quasi tentasse di fargli cambiare idea? Il poeta, in fondo, ha amato la vita! E se portasse come “prove documentali” della propria tesi le sue stesse parole? (…) Come se fosse un’operetta morale apocrifa, ho dunque immaginato il “Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte”. E ho anche ritrovato un vecchio amico: il poeta che ho amato sin da ragazzo».

Uno spettacolo che mescola toni brillanti e momenti di commozione, realtà e finzione, riferimenti storici e invenzioni surreali, con una ricerca letteraria mai fine a se stessa. Non a caso, l’opera si è aggiudicata il III posto al Premio nazionale di drammaturgia Scena&Poesia, e per l’occasione è stato pubblicata in un volume da Ladolfi Editore.

Guarda anche: scheda spettacolo | trailer | foto di scena

QUANDO
10, 11 e 12 novembre 2017
venerdì e sabato ore 21, domenica ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

Teatro di campagna, teatro di città

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Foglio n.2

TEATRO DI CAMPAGNA, TEATRO DI CITTÀ

di Melissa Di Genova

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Pulcinella e la scatola magica

La prima volta che ho messo piede a Napoli mi sono detta: «Ecco la mia città!». Ero giovane, appena laureata, affamata di esperienze, di arte, di vita. Ci sono voluti dieci anni perché poi “la mia città” lo diventasse davvero: cinque regalati alla capitale e cinque vissuti nella provincia, la profonda provincia, la campagna per i più. Strani, indispensabili giri.

Per far sì che un arrivo sia considerato tale è necessaria una partenza. La mia è lontanissima: a quattro anni, quando sono salita la prima volta su un palco. Ero una bambina irrequieta e mia madre pensò che un po’ di disciplina non mi avrebbe fatto male. Errore! O meglio, l’irrequietezza dell’animo si è trasformata in disciplina del movimento; ho studiato e studiato, per quindici anni, ritrovandomi danzatrice senza mai desiderare di essere una ballerina di prima fila. Non me ne vorrà la mia straodinaria Maestra Cinzia Donatiello, a cui devo anche l’insegnamento alla determinazione, all’umiltà e al superamento dei propri limiti. C’era qualcosa, però, che la semplice esecuzione non riusciva a colmare, perché anche nelle sue espressioni eccellenti, la danza è in primis una forma d’arte che raggiunge il suo apice quanto più la sua rappresentazione è perfetta e perfettamente ripetibile: la ripetizione perfetta di un codice.

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Melissa Di Genova ne “I musicanti di Brema”

Il Teatro era sulla mia strada, l’incontro è stato fatale. «Sarà la mia vita!» e a diciotto anni dovevo, volevo saperne di più: destinazione Roma, università, studiare, macinare i concetti, le pagine, Artaud, Stanislavskij, Vachtangov, i Comici dell’Arte… «di più!  Voglio saperne di più! C’è uno stage. Dove? Al Teatro Vascello. Mi butto!». Ma Roma non era abbastanza, non lo sapevo allora e, a furia di buttarmi, tento la folle impresa di seguire i corsi di specialistica dal lunedì al giovedì, correre a Tiburtina, prendere il pullman, arrivare in Irpinia e condurre due laboratori, uno per i ragazzi della scuola media e l’altro per i liceali, entrambi del mio paese.

Eccolo lì, il primo contatto tra il Teatro che “sapevo” e il Teatro che avrei dovuto costruire; tra il Teatro dei Maestri e un gruppo di ragazzi che di maestri e professori ne avevano le scatole piene. Quel momento, quello stupore, quella meraviglia sono stati il punto. La partenza, per me. Adesso lo sapevo: Roma non era abbastanza. Io dovevo fare Teatro lì, in Irpinia, dove l’avevo incontrato. Così è nata l’associazione di cui ho fatto parte per cinque anni, così è avvenuta la scoperta della mia terra, della gente che la vive e di cosa potessi fare io con l’impresa – intesa come “avventura” – del teatro. Altra meraviglia. Ho visto il pubblico e l’ho amato, profondamente. Ricordo ogni posto, ogni palco, ogni pavimento più spesso, ogni disagio, ogni soluzione, ogni professore o professoressa, ogni maestro o maestra, ogni bidello che mi ha accolto con “Ah! Siti vinuti a fa’ lo teatro? E puro buono è. Ca qua non ‘nge niendi!” e ricordo anche quelli che nella scuola non mi ci hanno fatto neanche entrare. Capita.

Io ricordo tutto perché l’inizio, la partenza non la dimentichi mai, non è soggetta a rimozione, sta lì, come un faro, spento o acceso, ma è lì. Ho cominciato in campagna a fare il teatro che si fa in città: il mestiere del teatro. La mia formazione perciò è stata, è, lo scambio continuo tra quello che faccio – non solo quando sono sul palco – e la gente che il teatro forse l’ha visto una volta («quando è venuto quell’attore famoso») o non l’ha visto mai («no, no. Io non le capisco ste cose» oppure «sì, ma a che serve?»).

"L'uomo di fumo" (produzione TIF)

“L’uomo di fumo” (produzione TIF)

Il teatro di città non è così. È dura. Durissima. Si lotta – non mi è venuto termine migliore – per far parte di uno spettacolo in cui spesso conta più il nome del regista che la creazione artistica in sé, un po’ come un prodotto commerciale qualunque: la marca, il brand, lo stile… ma la maglietta, dopo due lavaggi, la usi per pulire i mobili o farci accomodare su il gatto. È dura, durissima. L’artista è svilito, svuotato, privato della necessità di esprimersi e spesso si accontenta, nei casi peggiori si rassegna. È dura, durissima, soprattutto perché si vive come in una bolla d’acqua. Dentro, nella bolla, tutto è ovattato, attutito, rallentato. Non arriva il rumore del mondo, della vita, del pubblico. Nella bolla si finisce col credere alle balle: la poltrona vuota e un nome in più sul curriculum sono “pubblico”; il collega è “pubblico”; il critico che scriverà una recensione che nessuno leggerà è “pubblico”. La bolla fa quest’effetto. È un posto strano, l’unico in cui l’inizio non lo puoi ricordare, non devi, perché ricordare l’inizio, perché hai cominciato, potrebbe portarti fuori dalla bolla.

Allora che si fa? Si fa saltare tutto? Si dice di no a tutti? Non lo so. Quello che so è che, oggi, la scelta è proprio lì, sul limite sottile della bolla: fuori o dentro; e il teatro di campagna è fuori dalla bolla. È la periferia, è il quartiere, è il paese, è il pubblico non educato ad essere tale, è indipendente, è libero (perché lo è!), è il teatro che si produce, si distribuisce, che incontra, che scambia, che crea, che dell’artigianato – sulle orme di una grandissima tradizione – fa arte. È fuori dalla bolla: questo è il suo male, questo è il suo bene.