A.Piccolo incontra gli studenti dell’Università di Bologna

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43082447_10217410283231289_4640107178529652736_o(1)A quasi un anno dalla tournée di “Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato” (Einaudi, 2018), Antonio Piccolo (attore, regista, drammaturgo) parlerà agli studenti dell’Università di Bologna di questo testo, vincitore nel 2016 del Premio per la Nuova Drammaturgia italiana promosso dalla Fondazione PLATEA, il giorno lunedì 11 febbraio alle ore 16.

L’incontro, condotto e curato dal prof. Renzo Tosi è rivolto specialmente agli studenti di Letteratura greca, Storia dello Spettacolo, Filologia e Letteratura greca.

Alma Mater Studiorium – Università di Bologna

QUANDO
lunedì 11 febbraio 2019, ore 16.00

DOVE
Aula 2: via Zamboni, 38 – Bologna

COME
ingresso libero

Perché il Teatro deve abbandonare il disincanto

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Foglio n.10

PERCHÉ IL TEATRO DEVE ABBADONARE IL DISINCANTO

di Antonio Piccolo

«Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare».
(Novalis)

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Novalis

Può il Teatro raccontare il mondo di oggi? Può il Teatro raccontare la Realtà?

È una domanda legittima, che il Teatro di ogni epoca si è posto, e che volenterosamente si pone anche oggi. Ma, se per più di due millenni il Teatro ha avuto quasi il monopolio sul racconto della contemporaneità, oggi non è più così. Non lo è per niente.

Prima c’è stata l’invenzione della stampa, ma non ha scalfito la diffusione del Teatro: l’analfabetismo ha imperato fino a meno di un secolo fa, per cui gli spettacoli dal vivo hanno continuato ad avere una ineguagliabile forza di comunicazione diretta.
Ma l’elettricità e le sue conseguenze hanno a poco a poco inferto ferite non rimarginabili: la radio ha portato la cronaca, la musica e i drammi direttamente alle orecchie delle persone; il cinema ha portato gli attori e le storie direttamente agli occhi, nelle sale; la televisione ha portato tutto questo, più l’intrattenimento, addirittura nelle case. Con internet, per conoscere il mondo di oggi, non è richiesto quasi più nessuno sforzo. Non occorre programmare, esporsi. A stento bisogna interessarsene.

I media di massa non raccontano la Realtà. Sono la Realtà. O, almeno, così pare.

Rivoltato e rimpicciolito da questo vortice, il Teatro ha perso posizioni nel dibattito culturale. Dai primi posti è passato all’ultimo, o giù di lì (in fondo, c’è sempre la Danza che è messa peggio). Ha complessivamente smesso di influenzare l’immaginario collettivo e, anzi, si è lasciato influenzare dagli altri media. C’è qualcosa di male? Non è detto. Purché l’influenza sia saggiata, filtrata, ragionata. A inizio Novecento, infatti, l’invenzione del Cinema ha messo in crisi il Teatro: sono nate così le grandi spinte innovative di Stanislavskij, Mejerchol’d, Brecht, Decroux e gli altri.

Saggiare, filtrare, ragionare… Non una passeggiata, oggi. La comunicazione di massa non si esprime più con un film muto o una trasmissione radiofonica che ad una certa ora della sera finisce. Oggi il bombardamento è esponenzialmente, incommensurabilmente aumentato. E il tempo per saggiare, filtrare, ragionare non c’è. Bisogna prenderlo, strapparlo, pretenderlo da se stessi.

Nel dibattito culturale, prima del Teatro oggi vengono la Letteratura, la Musica, la Radio, i Giornali, Internet e poi… lei: la Televisione.
Regina assoluta dei media (al di là del declino dell’oggetto televisore), la Televisione detta la linea. E nella sua egemonia mediatica, si riflette l’egemonia politica di chi la controlla. E a suon di telegiornali (una redazione per ogni canale, decine di repliche al giorno), ultim’ora, cronaca nera, dibattiti sull’ultim’ora e dibattiti sulla cronaca, ha nutrito l’immaginario. Che, a pensarci bene, è fatto di poche cose, anche se in abbondanti dosi: corpi, sempre più concreti; sesso, sempre più insulso; moda, purché passeggera; logica, sempre più arida; competizione, sempre meno sportiva; volgarità, parole quotidiane, meglio ancora se parolacce; depressione, vittimismo; sangue, revolver, morti ammazzati, sparatorie; ancora sangue, morti ammazzati; soprattutto volgarità e revolver, come se piovessero.

tv-invece-di-una-testa-dell-uomo-la-gente-dello-zombie-persona-ipnotizzata-108668581-001Ci hanno raccontato così tanto la realtà in questo modo che noi – che dovremmo essere la Realtà – abbiamo cercato di somigliare sempre di più a questo racconto. Il Cinema, specie americano, ha spacciato certe storie quasi come documentaristiche, giocando ambiguamente con il “realismo”; intanto la Televisione imitava il Cinema, finché lo sorpassava nella gerarchia; tutto l’occidente poi le è corso dietro; addirittura per definire un genere si è usata una parola, “reality”, nel modo più disonesto che si potesse immaginare. Corpi, parole quotidiane, parolacce, depressione, vittimismo, logica, sesso insulso, volgarità, revolver, sangue, morti ammazzati… soprattutto volgarità e revolver, sempre.

E così il Cinema imita la Televisione, Internet imita la Televisione, le persone imitano la Televisione…

E il Teatro cosa fa?
Si adegua affannosamente, usando gli stessi ingredienti per questa mediocre ricetta. Tenta goffamente di essere “alla moda”.
Sia chiaro, non è detto che usare la parolaccia in teatro sia di per sé banale; che tirare fuori un revolver sia per forza scontato; che indossare jeans, portare capigliature alla moda ed esibire corpi (ancora!) sia necessariamente sintomo di poca fantasia. Non faccio teatro da un giorno, così da non sapere che nel linguaggio teatrale si annidano tante sfaccettature da evitare frettolose generalizzazioni.

Però non capisco a cosa serve che il Teatro si allinei allo stile dei media maggiori. Che si allinei al cinico realismo che divora le nostre conversazioni, dove è vero solo ciò che è concreto e buono solo ciò che vince. A che serve fare la “Fiction” a teatro, con quei tempi, quei vocaboli, quei contenuti, quei gusti? A che serve il “Reality” a teatro, dove sempre più spesso si abbatte la quarta parete non per portare gli spettatori nell’incanto della scena, ma per abbassare la scena alla concretezza della realtà (“pubblico, non ti illudere, non smettere di pensare al reale, al reale, al reale!”).
E non parlo del teatro commerciale, culinario. Parlo di quel disincanto, di quella logica così prevedibilmente razionale, di quel “dio è morto e non c’è niente in cui valga la pena di credere” che traspira in tanto teatro, anche colto, e che di base è uguale a quello che si respira nelle serie tv che crediamo di scegliere.

Cos’è? Non siamo riusciti ad evitare che Cinema e Televisione si appiattissero, abbiamo perso terreno, e adesso il Teatro gli corre dietro sul campo della disillusione? Del sesso insulso, delle parolacce, della depressione, del vittimismo, della logica, del sangue, dei morti ammazzati… soprattutto delle volgarità e dei revolver, sempre.

Invece Teatro In Fabula dice: ormai, l’Uomo ha troppi anni per cadere nella trappola del cinismo. Il cinismo è adolescenziale. Ti fa sentire arguto per un attimo, ma poi ti lascia il vuoto. E lo sappiamo tutti. È per questo che corriamo a riempirlo, quel vuoto, fuggendo in un’altra realtà, che è quella virtuale.

Da attore, regista, e forse anche da drammaturgo e formatore, ho la sensazione che dobbiamo prenderci la responsabilità di essere diversi. Di volerlo essere. Di reinventarci diversi. Di raccogliere questa richiesta d’aiuto, perché la fuga negli smartphone è decisamente una richiesta d’aiuto, una fuga dal mondo reale.

La realtà ce l’abbiamo sempre davanti, in tv, a cinema, sui giornali, su internet: l’abbiamo guardata in tutti i modi. L’abbiamo vista così da vicino che ora non ne distinguiamo più i contorni. E se per capirla, oggi, occorresse invece trasfigurarla?

Teatro In Fabula dice: questo non è il momento storico per guardare la Realtà ancora più in profondità; questo è il momento di guardare la Realtà da un’altra angolazione.
E, per questo, abbiamo bisogno come non mai di elementi che non le appartengono. Parlo proprio dell’estetica, della forma. Come uomini e donne di teatro, dovremmo darci l’obiettivo di collaborare alla ricreazione degli immaginari a forza di sogni, slanci, utopie, metafore, parole extra-quotidiane, invenzioni fantastiche. Dovremmo evitare il 90% degli ingredienti di cui sopra (sesso, sangue, revolver…), o come minimo trasfigurarli all’interno delle rappresentazioni.
Dobbiamo creare una Realtà Altra, perché la nostra alternativa non è virtuale: la nostra Realtà Altra è il Teatro. Piena di giochi, quanto più dichiaratamente falsi, illusori, ingannatori.

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P.Picasso: “Retrato de Dora Maar”

In questo mare di cinico disincanto, ho sentito più di una volta dire da persone di teatro cose come “Oggi non puoi più fare che Amleto è un principe, in Danimarca, nel 1600… la gente non ci crede più!”. Cosa? E perché? La gente prima ci credeva? Era così scema da non sapere che quello era un gioco, un sogno, un’illusione? O piuttosto voleva crederci, stava al gioco, perché sapeva che, grazie a quell’inganno, sarebbe riuscita a conoscere la Realtà, più di quanto gli sarebbe mai riuscito a suon di “reality”?

Picasso disse: “Ho impiegato una vita per arrivare a dipingere come un bambino”.

E dunque… Se, superata l’adolescenza del Novecento, l’uomo recuperasse la sua infanzia? Se l’uomo di Teatro facesse sue le impossibili domande del bambino, del tipo “Perché il cielo è azzurro?”, “Come fanno gli uccelli a volare?”, “Perché l’acqua scorre in un senso e non nell’altro?”. Senza cercare le risposte in rete, né sull’enciclopedia, e nemmeno nel suo bagaglio d’istruzione.

Sì, noi attori, registi e drammaturghi potremo sembrare degli alieni. Ma potremo mai attirare meno gente di quanta ne attraiamo ora? Quanto potrà durare ancora il teatro, con quest’imitazione del cinema e della televisione, che sia etica oppure estetica?

Teatro In Fabula dice: torniamo all’incanto, al sogno. Giriamo via dalla Realtà, e proviamo a beccarla da un’altra angolazione. Inventiamocela noi, la Realtà. Buttiamo via la Logica. Abbracciamo la Fantastica.

Ora che siamo adulti, impariamo a fare Teatro come dei bambini.

Antonio Piccolo finalista al Premio Giovanni Testori 2018

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Lunedì 17 dicembre 2018, alla Pinacoteca di Brera a Milano, sono stati resi noti i vincitori della III edizione del Premio Giovanni Testori.
Nella sezione dei “testi letterari”, solo un testo drammaturgico è riuscito ad aggiudicarsi il riconoscimento, ossia “La guerra santa” di Fabrizio Sinisi.
Il testo “Il Sogno di Morfeo” di Antonio Piccolo è arrivato tra i finalisti.

Di seguito, la comunicazione completa direttamente dal sito del Premio:

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EDIZIONE 2018

CONDUZIONE DEL PROGETTO
Studio Associato dei Notai Giuseppe Sessa e Adele Cesaro, Studio Andrea Novembre, Gino Banterla

COLLABORANO AL PROGETTO
Angela Albert, Andrea Bisicchia, Giulia Bernardini, Rosario Calì, Alessandra Campagna, Diletta Carutti, Cecilia Carrara, Elisa Carutti, Barbara Colli, Davide Colussi, Alessio Contini, Gabriella Curtis, Marco Cuscona, Patrizia Cuscona, Emanuela Fasoli, Alessandro Frangi, Beatrice Girelli, Maria Girelli, Francesca Gosi, Laura Larghi, Margherita Marvulli, Chiara Marzetta, Luca Mazzucco, Laura Parola, Emanuele Pauri, Daniela Penati, Francesco Pozzobon, Giovanni Scarabelli,  Jacopo Stoppa, Carlotta Testori

COMITATO D’ONORE
Giuseppe Frangi (Direttore della
Associazione Giovanni Testori), James Bradburne (Sovrintendente della Pinacoteca di Brera),  Mariella Goffredo (Direttore della Biblioteca Nazionale Braidense), Carlo Feltrinelli (Presidente della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli), Piergaetano Marchetti (Presidente della Fondazione Corriere della Sera), Sergio Escobar (Direttore del Piccolo Teatro di Milano), Andrée Ruth Shammah (Direttore del Teatro Franco Parenti) Sandrina Bandera, (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali), Pietro Citati (scrittore e critico letterario), Pier Vincenzo Mengaldo (scrittore e filologo), Luigi Brioschi (Presidente di Guanda Editore), Toni Servillo (attore e regista), Salvatore Settis (Storico dell’Arte),  Alfredo Stussi (Filologo e linguista), Alain Toubas (Direttore della Compagnia del Disegno ed erede dello scrittore).

COLLEGIO  DEI  GIURATI
Giovanni Agosti, Anna Bernardini, Mauro Bersani, Claudio Ciociola, Davide Colussi, Angelo Curti, Davide Dall’Ombra, Paolo Di Stefano, Francesco Frangi, Giovanni ngi, Maria Grazia Gregori, Silvia Isella, Sandro Lombardi, Valter Malosti, Clelia Martignoni, Remo Melloni, Renato Palazzi, Oliviero Ponte di Pino, Maurizio Porro, Francesco Porzio, Niccolò Reverdini, Alberto Rollo, Roberto Stringa, Claudio Vela, Federico Tiezzi.

TESTI VINCITORI

 a) Per le arti figurative

1.  Per una tesi con impostazione trasversale tra arte e filologia (ex aequo):

  • Anna Lena con Giovanni Testori: il caso critico della sua tesi di laurea. Presentato da  Alessandro Rovetta, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

  • Nicolò Rossi con Sicut Johannes. Studio Filologico e critico su gli angeli dello sterminio e su un progetto di triologia. Presentato da Salvatore Silvano Nigro, IULM MIlano

 2. Per un saggio di critica d’arte (ex aequo):

  • Tommaso Tovaglieri con Dicevo di te, Elsa de’ Giorgi. Presentato da Marco Belpoliti, Università degli studi di Bergamo

  • Stefano De Bosio con Frontiere. Culture figurative ad Aosta e nell’arco alpino occidentale tra Quattro e Cinquecento. Presentato da Giovanni Romano, Università degli studi di Torino (emerito)

b) Per la letteratura

1. Per una tesi di laurea:

  • Angela Siciliano con Una notte del ’43 di Giorgio Bassani. Edizione e studio critico. Presentata da Paola Italia, Università di Bologna

 2. Per una testo letterario (ex aequo):

  • Daniele Gaggianesi con Qohelet De La Barona, Poesie in lingua milanese. Presentato da Franca Nuti

  • Fabrizio Sinisi con Guerra Santa, Testo teatrale. Presentato da Gabriele Russo (Teatro Bellini, Napoli ).

FINALISTI

Luca Abbattista –  Gli autori francesi nel “Candido” di Leonardo Sciascia
Elena Arnone –  Le storie di Maria
Michele Bertolino – Decentralizzazione e contesto: ipotesi per una filosofia dell’arte
Laura Canella –
Charles Henfrey (1818-1891) Collezionista
Sergio Di Benedetto – Depurare le tenebre degli amorosi miei versi La lirica di Girolamo beni vieni
Andrea Fabbri – Racconti Sulla Duna
Giuditta Fornari – Giovanni Testori: “performances” di drammaturgia
Federico Maria Giani – Ripensare Giovanni da Monte
Claudio Gulli – La collezione Chiaramonte Bordonaro
Daniela Iuppa – Un’inquieta fedeltà. Giovanni Testori e Alessandro Manzoni
Vincenzo Latronico – La parte maledetta
Mirto Milani – Musica e DSA: L’incontro di due Universi
Mita Nunzia – FollEsserci
Federica Nurchis – Il patrimonio artistico del monastero benedettino di Santa Grata in columnellis a Bergamo
Angelo Passuello – Il cantiere di San Lorenzo a Verona nel contesto del romanico europeo
Valeria Patota – Minotauropatia-Ritratto di famiglia
Chiara Perin – “Il coraggio dell’errore” Realismo in Italia, 1944-1954
Laura Pernice – La parola negli occhi. Il genio di Testori tra letteratura e arti figurative
Antonio Piccolo – Il sogno di Morfeo
Fabio Pisano – Hospes, -itis
Eugenio Refini – Teatro del Mondo, Teatro dell’Anima
Elena Rivoltini – Il Sacro Monte
Pietro Santetti – Una di quelle vecchie storie vere
Jordi Valentini – Questa morte che non ha luogo

Corso di Teatro a Montella! Iscrizioni aperte per tutto il mese di novembre

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Teatro In Fabula apre a Montella (AV) le iscrizioni al Corso di Teatro per ragazzi e per adulti 2018/19, diretto da Melissa Di Genova e Antonio Piccolo.

PER TUTTO IL MESE DI NOVEMBRE
LA 1ª LEZIONE DI PROVA È GRATUITA!

DOVE
“Centro Studi Danza” a via Don Minzoni n.58, Montella (AV)

A CHI SI RIVOLGE
ragazzi e adulti (13 anni in su)

DOCENTI
Melissa Di Genova, Antonio Piccolo, Giuseppe Cerrone

MATERIE
Recitazione, Voce e Respirazione, Dizione, Linguaggio del Corpo, Movimento Scenico, Improvvisazione, Interpretazione del Testo

QUANDO
da Novembre a Giugno, tutti i sabati
ore 17/20 (ragazzi e adulti dai 13 anni in su)

INFO
tel. 327.855.93.22
info@teatroinfabula.it
facebook: @teatroinfabula
www.teatroinfabula.it

Al Teatro Serra “Incontri ravvicinati con il Signor G”

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Incontri ravvicinati con il Signor G
 da Gaber – Luporini al Teatro Serra di Napoli

16-18 novembre 2018

con Antonio Piccolo

drammaturgia e regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo

assistente alla regia: Melissa Di Genova | foto di scena: Tiziana Mastropasqua
addetta stampa: Gabriella Galbiati | progetto grafico: Riccardo Teo

“Certo, cercavo di capire cosa fosse Lui per me, ma non sapevo più neanche se esisteva, o se era tutto nella mia immaginazione.
Sentivo solo che era…qualcosa di enorme. Era tutto: il bene, il male, il mistero, l’universo, la mia vita, me stesso, tutto… “

Dal 16 al 18 novembre 2018 al Teatro Serra di Napoli (quartiere Fuorigrotta) è di scena Incontri ravvicinati con il Signor G da Giorgio Gaber e Sandro Luporini.
Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo portano in scena l’allegoria dei bisogni di un’intera umanità, che trova il suo alter ego in un animaletto grigio.

Sinossi: Un artista in crisi per la mediocrità della propria vita decide di allontanarsi da tutte le sirene del mondo, in cerca di silenzio e di indipendenza. Trasloca in una casa di periferia tutta bianca, circondata dal verde: l’ideale per rimettere a posto i pensieri e raddrizzare la strada di fronte a sé.
L’isolamento si rivela però un’illusione. Innanzitutto, i suoi propositi sono disturbati dall’osservazione della villetta accanto; in più, è continuamente disturbato dalle visite della compagna, della ex fidanzata, del fratello e di chissà chi altro. E poi, compare un topo. Grigio. Un topolino di campagna? Forse. Ma incredibilmente tenace e intelligente. La sua resistenza a tutte le trappole e tutti i marchingegni ne ingigantisce l’importanza, tanto da trasformarsi da fuggitivo in persecutore.
E i pensieri? Chi li rimette a posto? Dov’è l’isolamento? Dove il sogno di indipendenza?

QUANDO
16, 17 e 18 novembre 2018
venerdì e sabato ore 21, domenica ore 19

DOVE
Napoli – Teatro Serra
via Diocleziano, 316

INFO E PRENOTAZIONI
tel.: 334.508.30.92 | mail: teatroserra@gmail.com | facebook: @teatroserra

“Hémon”: tradotto in francese “Emone” di Antonio Piccolo!

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1559588476Dopo un accurato lavoro di più di un anno, la Maison Antoine Vitez Centro Internazionale di Traduzione Teatrale con sede a Parigi – pubblica sul proprio sito l’esito felice di “Hémon. La tragédie de Antigone selon le conte de le amoureux”, traduzione di “Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato”  di Antonio Piccolo (Einaudi, 2018).

L’opera – vincitrice del Premio PLATEA per la Nuova Drammaturgia nel 2016 – è stata tradotta da Emanuela Pace, attrice, drammaturga, traduttrice e studiosa francese.

maison_antoine_vitez@2xL’esperta Emanuela Pace si è audacemente lanciata nell’impresa di tradurre la neo-lingua di Piccolo e, per farlo, non ha potuto non tenere conto della propria pratica del palcoscenico e dell’amore per l’italiano, lingua dei suoi genitori.
L’italiano, il napoletano e il francese hanno storie molto diverse e, dunque, si sono poste spinose questioni sulla trasposizione del dialetto, dei registri alto-basso, dei neologismi eccetera.
La traduzione ha richiesto lunghe riflessioni, testardi tentativi e ripetute interviste direttamente all’autore, ma il risultato ha soddisfatto felicemente la Maison Antoine Vitez.

Si legge dal sito:

«La scelta del linguaggio di scrittura di Antonio Piccolo è fondamentale nella costruzione del suo pezzo. (…) Per cercare di far “sentire” e far esistere questa teatralità in francese, bisogna essere attenti alla costruzione della frase in Piccolo, al suo lessico, alla sua poesia e al suo ritmo. Volevo lavorare il più vicino possibile alla struttura sintattica originale; esplorare immagini, etimologia, mutui diversi, neologismi; gioca su occorrenze, registri e lacune. In breve, il gioco con la lingua francese era in ogni modo ispirato al gioco e al fascio di riferimenti creato dall’autore italiano».

A questo punto, non ci resta che sperare che anche la versione francese di “Emone” veda presto la strada del palcoscenico!

Per tutte le altre informazioni, rimandiamo al link ufficiale della Maison:

https://www.maisonantoinevitez.com/fr/bibliotheque/hemon-1062.html

“Pulcinella e la scatola magica” al Giffoni Film Festival

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Si terrà il 23 luglio 2018 a Piazzetta Scarpone di Giffoni Valle Piana (SA), nell’ambito del Giffoni Film Festival 2018 – sezione Giffoni Street Fest – lo spettacolo “Pulcinella e la scatola magica”, produzione Teatro In Fabula.

Già rappresentato in piazze, cortili, feste, scuole, lo spettacolo è adatto a bambini dai 3 ai 103 anni. Dalle note di Melissa Di Genova e Antonio Piccolo, autori ed interpreti dello spettacolo:

Pulcinella, dunque, è ancora vivo? Può ancora comunicare qualcosa a chi assiste alle sue avventure?
Noi lo abbiamo affrontato con la riverenza che una storia centenaria richiede, facendo tesoro dei nostri studi corporei e mimici, come delle letture storiche, tecniche, filosofiche; ma anche con l’audace ingenuità che hanno i bambini, che si tuffano nell’azione facendosi semplicemente guidare dalla forza spiritica della maschera, che forse è tutto ciò che essa richiede.
Il risultato è una serie di avventure coinvolgenti, costruite con la tecnica dei canovacci della Commedia dell’Arte – anzi, della Commedia all’Improvviso -, in cui ritmo, trucchi artigianali e l’interazione con il pubblico (calibrata con mestiere) fanno esplodere tutto il potere di Pulcinella: una forza ancestrale, universale, priva di formalismi o sovrapposizioni intellettualistiche, che sa giocare con i cliché, scendendo molto al di sotto della loro superficie.
Sì, Pulcinella è vivo. Sì, comunica ancora ai suoi spettatori.
Sono loro ad avercelo detto”.

Guarda anche: scheda spettacolo | foto di scena

QUANDO
23 luglio 2018
ore 19.00

DOVE
Piazzetta Scarpone
Giffoni Valle Piana (SA)

INFO E PRENOTAZIONI
www.giffonifilmfestival.it
INGRESSO GRATUITO

Il Teatro è in crisi perché è Brutto

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Foglio n.7

IL TEATRO È IN CRISI PERCHÉ È BRUTTO

di Antonio Piccolo

BLD071661Se ci si convince di vivere in un mondo in decadenza, popolato da persone ignoranti e sciocche, è in atto una scelta: mi sto mettendo dalla parte di una minoranza. Una minoranza moralmente superiore, naturalmente. Se questo suprematismo morale, poi, è dichiarato da un’intera categoria, come può essere quella del teatro, si sta alzando volutamente una barriera: noi siamo la minoranza intelligente e sana, cioè chi fa teatro; voi siete la maggioranza gretta e stupida, cioè chi non lo fa.

È questo l’atteggiamento che, dal mio limitato punto d’osservazione, riesco a scorgere. Un punto d’osservazione che include i teatranti napoletani, nelle loro manifestazioni verbali, in privato e in pubblico; i teatranti nazionali, nelle loro manifestazioni scritte sui social; molti operatori, in appuntamenti dedicati, come incontri, convegni e riviste di settore.

«Il teatro è in crisi? Per forza! Guarda in che mondo gretto e ignorante siamo costretti a praticarlo! Come vuoi che la gente addormentata possa capire quanto siamo belli e bravi…».

I pericoli imminenti sono due.
Da un lato, chi è abituato al lavoro, alla fatica, al rigore, si produce spesso in risultati estremamente criptici che comunque tagliano fuori i “non adepti”: è il teatro di autodefinita avanguardia – paradossalmente ha il suo culmine proprio nell’istituzione dei Teatri Nazionali -, che intesse un dialogo esclusivo con critici, studiosi ed acclarati esperti.
Dall’altro lato, chi è completamente impreparato, pigro e approssimativo, porta a termine i propri fiaschi, giustificandoli con questo dilagante complesso di superiorità (poiché basta il “far teatro”, di per sé, ad ottenere questa patente morale): è quel teatro cosiddetto “off” che, se ospita anche legittimi principianti e autentici sperimentatori, più spesso è la casa di improbabili e piagnucolosi perditempo.

il_570xN.337317268Però, però, però, mi dicono… la barriera può essere superata e abbattuta, sì! Ma solo con un metodo: l’educazione del pubblico. Un’espressione che, mi si perdoni, mi fa venire in mente qualcosa: i gulag sovietici, per esempio.

«Tu spettatore, meschina e inerte vittima del bombardamento degradante dei media di massa, puoi ancora arrivare a comprendere la bellezza del mio teatro: oggi non ti piace e, domani, al termine della tua rieducazione… potrai finalmente apprezzarmi». Però, che generosità! Non è vero?

Se al lettore il mio paradosso parrà esagerato, io replico che questo atteggiamento auto-assolutorio del teatro ha già, oggi, due tipi di reazioni: la prima è quella dello spettatore che, soffocato dal terroristico ammonimento, applaude ed esprime apprezzamenti perché sa che – qualora si fosse annoiato – è solo perché ancora troppo stupido rispetto al suo percorso di rieducazione; la seconda reazione, decisamente più diffusa, è quella dello spettatore che a teatro semplicemente non ci torna più. Allora, il teatro è in crisi perché lo spettatore ha paura di sfidarsi?

Io, comunque, devo essere semplicemente più fortunato. Incontro, tra chi non viene a teatro, persone curiose, interessanti, con osservazioni e punti di vista che mi arricchiscono.
Ci sono di quelli che con la cultura in generale hanno un rapporto molto rarefatto: qualche film, qualche libro, un po’ di musica, molta tv, con una generale a-metodicità. Udite, udite: ci sono moltissime persone acute, intelligenti, anche tra loro! Qualcuno di loro guarda i più superficiali cabaret televisivi, ma contemporaneamente ha a cuore un film o un artista di tutt’altro percorso. Perché, con buona pace di qualche élite, una cosa non esclude l’altra. Se nella conversazione con queste persone viene fuori il teatro, ecco spuntare quella sensazione di sottomessa estraneità: i loro occhi sembrano chiedere perdono, ma la loro vita terrena non gli permette di salire a dare un’occhiata al nostro iperuranio.
Ci sono di quelli che hanno le loro opinioni forti in fatto di cultura, i loro libri preferiti, guardano le serie tv in lingua originale, i film in bianco e nero. Sono decisamente più severi. Con loro non funziona il classico alibi dei teatranti: «Eh, che vuoi fare? Se guardano tutti i più superficiali cabaret televisivi, come possono apprezzare una tragedia di Shakespeare?». No, loro non li guardano quei cabaret, alcuni non hanno nemmeno l’antenna, guardano film molto più impegnativi intellettualmente di un’opera del bardo. Con loro, se viene fuori il teatro, lo sguardo sembra dire invece: “perdonami, ma non mi va di sforzarmi di entrare in un circolo in cui i soci parlano solo fra di loro”.

Insomma, il Teatro è in crisi perché è Brutto!
Se non riesce ad incantare nessuno di coloro che ne sono a digiuno, se non riesce a fidelizzare quelli che provano ad andarci, se non riesce a mettersi alla pari di chi non ci lavora, non c’è un aggettivo più efficace: brutto, brutto, brutto!
Ne siamo responsabili noi attori, noi registi, noi drammaturghi, noi direttori artistici delle sale, noi critici, noi giurati dei premi, prima di ogni assessore, ministro o presentatore televisivo!
E per uscirne, non mi pare nemmeno il caso di richiamare le sue origini: la comunità, la polis greca etc.. Per risollevarci da questa ermetica chiusura, voglio fare invece appello alla nostra curiosità intellettuale! Come possiamo piagnucolare, se non studiamo con serietà il nostro pubblico e le sue motivazioni? Ma non il pubblico che già c’è, bensì quello potenziale! Chi, dunque? Semplice: tutti, nessuno escluso.

Mario-Monicelli-biografiaMonicelli affermò: «La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus». E i teatranti, che non navigano nell’oro e l’autobus forse continuano a prenderlo, che fanno? Cosa guardano? Intercettano gli altri, cercando di andare oltre a un non richiesto tentativo di rieducarli? Sono capaci di sostenere una conversazione che non parli di teatro, arte, cultura, ma delle questioni di tutti? Che parli della vita che – un giorno – potrebbe nuovamente rianimare il nostro teatro, la nostra arte e la nostra cultura, e dunque riguardarli?

Lo spettatore – soprattutto quello che non viene – ci sta mandando segnali, in tutti i modi, ma non ne abbiamo abbastanza. Sto dalla sua parte: siedo in platea con la sua ignoranza, e il più delle volte mi sento tagliato fuori da chi sta sul palco!

Ma io so che c’è una comunicazione potenziale, che ogni tanto brilla, e potrebbe brillare ancora di più. Ci credo. Sintonizziamoci con gli spettatori.

Io, colto avanguardista, sono in grado di esprimere un teatro che abbia più livelli di comunicazione? Di trovare delle forme che non pretendano da chi sta in platea di essere me stesso, affinché il mio spettacolo lo riguardi? Se sono davvero tanto geniale come ritengo, dovrei riuscire a trovare una mediazione senza diventare superficiale. O no?
E io, pigro teatrante dell’off, il cui desiderio di praticar teatro supera la mia predisposizione alla fatica necessaria, posso finalmente assumermi la responsabilità dei miei insuccessi, senza raccontarmi che se abitassi altrove (gli esempi, di solito, sono Parigi o Londra) condurrei col teatro una vita da pascià?

Usciamo fuori dal dito che ci nasconde e proviamo ad ascoltare più chi ci bastona! Consentiamo agli spettatori potenziali, affatto stupidi, di bastonarci. Anzi, che dico: esortiamoli a criticarci! Ad educarci. Ecco cosa ci vorrebbe: l’educazione del teatrante…

 

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DIRITTI DELLO SPETTATORE
ispirato ai diritti del lettore di Daniel Pennac

  1. Il diritto di non andare a teatro.
    Naturalmente, “non andare a teatro” non significa “non andare a teatro mai“, o non si sarebbe più spettatori… ma una qualche pausa dovremo pur prendercela, no?
  1. Il diritto di distrarsi.
    È il teatro che deve attrarre lo spettatore, non il contrario, perciò se il suddetto teatro è noioso in alcuni punti, lo spettatore ha tutto il diritto di saltarli.
  1. Il diritto di non finire lo spettacolo.
    Proprio non capisco coloro che finiscono a ogni costo tutti gli spettacoli a cui hanno iniziato ad assistere: perché sprecare tempo a guardare uno spettacolo che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a fare qualcosa che ci fa stare meglio?
  1. Il diritto di avere sale agevoli alla fuga.
    Molte sedute sono troppo strette: questo è sequestro di persona! Se voglio andarmene, deve essermi concesso di farlo, senza disturbare chi rimane (gli attori e gli spettatori soddisfatti).
  1. Il diritto di rivedere.
    Odio quelli che, vedendomi rivedere uno spettacolo, dicono: «Ma non l’hai già visto? Perché non ne vedi uno nuovo?» Lo so io perché non ne vedo uno nuovo, tranquillo.
  1. Il diritto di vedere qualsiasi cosa.
    Detesto anche coloro che criticano le scelte altrui, o che addirittura costringono a vedere un determinato spettacolo. Ti va di vedere Amleto? Oppure E fuori nevica? Ottimo, liberissimo di farlo.
  1. Il diritto al bovarismo
    Assolutamente legittimo, oltre che liberatorio, scegliere di vedere uno spettacolo per estraniarsi dalla realtà, per vivere in un mondo migliore. In mancanza di meglio, un buon spettacolo aiuta sempre.
  1. Il diritto di vedere teatro ovunque.
    Questo è il diritto che reclamo di più, ma che spesso mi viene negato: cosa c’è di regressivo nel vedere teatro fuori dai suoi templi? In una piazza, in un auditorium, in una birreria, in una palestra, in una stanza oppure… lì-dove-so-io?
  1. Il diritto di contraddire il critico.
    Il critico o l’esperto hanno detto che il tal artista è un genio assoluto? Che il tal spettacolo è un capolavoro indiscutibile? E dovrei mettermi a discutere con chi si arroga il diritto di usare termini come “assoluto” e “indiscutibile” per il teatro?
  1. Il diritto di tacere.
    Sante parole. Perché mai dovrebbero importare le famose “impressioni” su di uno spettacolo visto? Svelarle è come rompere l’intimità che si è creata tra teatro e spettatore, assolutamente da non fare.

Su Otternative intervista ad Antonio Piccolo

Sulla rivista online Otternative, il 26 aprile è stata pubblicata un’intervista ad Antonio Piccolo, da parte di Andrea Zangari. Il link all’intervista è qui.
Di seguito, riportiamo per completezza il pezzo integrale.

 


 

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ANTONIO PICCOLO: “La drammaturgia è come uno spartito: viene scritto per essere suonato”

Tempo di lettura: 4 minuti

_MMM2012-001Antonio Piccolo, napoletano, classe ’87, è un attore, regista, drammaturgo, saggista e docente, che sta ottenendo grande successo grazie al suo modo di giocare con il teatro, fondendo le tante esperienze multimediali accumulate nel tempo. L’abbiamo incontrato dopo aver visto il suo Emone, una riscrittura molto particolare dell’Antigone di Sofocle.

Ciao Antonio, benvenuto su Otternative! Mi piacerebbe rompere il ghiaccio facendoti partire da un ricordo legato alla tua vita nel teatro, qualcosa che ti viene in mente ora se smetti di pensare e lasci andare la memoria. Qualcosa che vorresti condividere coi lettori.
Ho tre anni o qualcosa del genere. È una serata allegra. Sono in Piazza della Prefettura a Potenza, il paese di mia madre, e guardo insieme alla mia famiglia uno spettacolo di guarattelle. Canovacci classici, credo, con Pulcinella, il Diavolo, un mago eccetera. Alla fine sono così incantato che costringo i miei a comprarmi alcuni di quei burattini. Nei miei giochi d’infanzia li consumerò. Uno è entrato addirittura in Pulcinella e la scatola magica, un recente lavoro di Teatro In Fabula, la mia compagnia. Credo sia cominciato tutto da quella sera lì, anche se poi ho cominciato a recitare solo a diciassette anni.

Possiamo partire proprio da queste maschere, per tracciare una linea attraverso la tua formazione. Quali sono state le tue infatuazioni teatrali? Hai seguito un percorso accademico? Quali sono i tuoi miti, i tuoi riti, i tuoi riferimenti?
Le mie infatuazioni sono in adolescenza, e non riguardano solo il teatro, ma anche la musica, la letteratura, il cinema, lo sport. Ho imparato prima a suonare, poi a fare teatro. Nel periodo dell’innamoramento per De GregoriSaramagoNanni Moretti Maradona ho un altro ricordo: io che gioco a calcio con una palla di gomma, dentro casa, mentre con un occhio guardo ininterrottamente le commedie di Eduardo De Filippo in televisione. Volendo parlare di riferimenti, quello a cui torno più facilmente ancora oggi è lui: Eduardo.
La mia formazione è disordinata: ho studiato recitazione, mimo, canto, drammaturgia, con metodi abbastanza diversi. Solo la pratica del mestiere ha potuto collegare queste esperienze. A diciannove anni ho preso parte come attore al mio primo spettacolo professionista. Non vorrei essere banale, ma credo che proprio la pratica del palco sia stata la mia scuola principale.

IMG_7361Una domanda marzulliana: cosa deve avvenire nell’esperienza che chiamiamo teatro? Esiste un vero ambito definitorio?
Non posso parlare per tutti: posso dirti quello che deve avvenire per me. Quando esco dal teatro – da attore o da spettatore – voglio ritrovarmi con uno stato vitale più alto di quando ci sono entrato. Una voglia di vivere maggiore! Ciò non vuol dire che gli spettacoli devono essere necessariamente “ottimisti” o “a lieto fine”, ma che devono essere messi in scena con generosità e cuore aperto. Generosità vuol dire anche intensità, rigore, precisione e fatica. Cuore aperto significa svelare sinceramente qualcosa di sé, nel profondo, senza essere necessariamente autobiografici.

Quali sono le tendenze, le strade contemporanee del teatro cui guardi con più curiosità?
Il teatro che ruota intorno all’attore, ossia all’essere umano, com’era quello di Eduardo, com’è quello di Arturo CirilloToni ServilloMusella/Mazzarelli e molti altri, mi fa venire una voglia di vivere maggiore.
Il teatro che ruota intorno alla scenografia, le luci, i segni registici, le citazioni, gli effetti speciali mi fa venire voglia di correre a bere una birra per consolarmi.

Posso dire che il mio “stato vitale” dopo aver visto Emone era più alto. E che Eduardo si sentiva, forte e chiaro. Da dove sei partito per scriverlo? È venuta prima l’idea “letteraria” o la “scena”, veduta e trasposta?
Sono contento che l’effetto per te sia stato questo! L’idea parte da lontano, anche se in modo embrionale. Il mito di Antigone mi ha colpito al liceo; dopo i vent’anni avevo quest’idea di riscrittura in napoletano, che proponevo ad amici drammaturghi. Non so bene perché. Poi, a forza di riflettere, ho scritto una stesura del mito, ma con un nuovo punto di vista. Emone, nella mia reinvenzione, è finalmente la possibilità di conciliare le ferme prese di posizione che nei testi greci portano alla tragedia. Insomma, sono partito dal contenuto: Emone è l’utopia. È evidente, però, che il mio pensiero era alla scena. Quest’idea aveva bisogno della sua forma, e la forma con cui io lavoro è il teatro. La drammaturgia è come uno spartito: viene scritto per essere suonato.

Hai detto che ami un teatro che mette l’attore al centro: in Emonequesto si sente moltissimo, ma si vede anche un rigoroso e intenso esercizio della parola. Come si incontrano, allora, il testo, che almeno in parte sta a monte, e la realtà vitale dell’attore?
Il contenuto da solo non basta. Infatti, la prima versione di Emone era in italiano, e non suonava per niente. Dopo mesi che era nel cassetto, mi è scattata una scintilla. Praticando personalmente, come attore, la lingua de Lo cunto de li cunti di BasileLu santo jullare Francesco di Fo e altri, ho sentito che quello era il sound da cui partire. L’ho filtrato a mio modo, semplificandolo, perché volevo che fosse abbastanza comprensibile anche per un milanese. A proposito della “realtà vitale dell’attore”, è accaduto un fenomeno interessante: nel riscrivere il testo in questo nuovo napoletano, nel rileggerlo ad alta voce… i personaggi hanno per forza di cose mutato fisionomia e persino la trama è andata via via cambiando! Forme e contenuti non possono ignorarsi: la mia non è né un’operazione filosofica, né un’operazione letteraria. Del resto, io sono un attore che scrive, non uno scrittore che recita.

Con Emone hai vinto un premio importante e sei stato pubblicato con Einaudi. Un bellissimo traguardo. Come ti fa sentire?
Mi fa sentire più fiducioso. Il premio PLATEA è la classica occasione per cui uno pensa: “figurati se lo danno a me, già sanno a chi darlo”. Posso dire serenamente che non conoscevo nessun giurato e che da sempre bazzico altri circuiti teatrali. Questo riconoscimento improvviso è uno sprone non solo per me, ma per tutti gli artisti che fanno bene il loro mestiere senza la giusta attenzione. Siamo in tanti e, secondo me, se trascorriamo il tempo a fare, più che a lamentarci, lo spendiamo meglio. Non voglio peccare di falsa modestia: so che Emone è un testo bellissimo, e l’ho sempre saputo, prima di ricevere il premio. So anche che con Teatro In Fabula facciamo un lavoro pregevole, rigoroso e comunicativo già da qualche anno. Spero che il premio abbia una ricaduta professionale su tutta la compagnia ma, se non dovesse accadere o accadesse solo in parte, continueremo a fare il nostro teatro con generosità e a cuore aperto.

leopardiLasciamoci con un gioco: se fossi un personaggio teatrale, maschera, eroe greco, o carattere shakespeariano che sia, chi saresti?
Me la servi su un piatto d’argento… Emone! A chi credi che pensassi quando l’ho scritto? Tra me e lui c’è una sola ma sostanziale differenza: io, di fronte all’ottusità di chi continua a creare conflitti, a un certo punto mi rassegno; lui, da buon personaggio tragico, si toglie la vita. Probabilmente, è meglio insistere e ricominciare ogni volta da zero, ma come idea letteraria è poco efficace.

Grazie Antonio, spero di rivedere presto i tuoi lavori, nuovi o ripresi, in scena.
Grazie a te per le domande attente e a Otternative. Speriamo di incontrarci presto!

Antonio Piccolo parla di “Emone” alla Federico II

locandina-piccoloIn occasione del debutto al Teatro San Ferdinando di “Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato” (Einaudi, 2018), Antonio Piccolo (attore, regista, drammaturgo) parlerà agli studenti dell’Università di Napoli Federico II di questo suo primo lavoro drammaturgico, vincitore nel 2016 del Premio per la Nuova Drammaturgia italiana promosso dalla Fondazione PLATEA, il giorno mercoledì 21 marzo alle ore 13.
L’incontro, curato da Francesco Cotticelli (docente di Storia del Teatro) e Mariano d’Amora (docente di Drammaturgia Teatrale), sarà moderato da Ettore Massarese (docente di Discipline dello Spettacolo Teatrale).

Università degli Studi di Napoli Federico II
Dipartimento di Studi Umanistici

Corso di Laurea Magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo

QUANDO
mercoledì 21 marzo 2018
ore 13.00

DOVE
Aula 811
via Marina, 33 – Napoli

COME
ingresso libero