TIF partecipa a Tan-off

Ecco un altro piccolo tassello della nuova stagione Teatro In Fabula!
Partecipiamo alla coraggiosa e luminosa rassegna TAN off, al Teatro Area Nord di Piscinola, con due corti teatrali. I corti in questione sono:

SILENZI di Cinzia Cordella, con Cinzia Cordella e Niko Mucci, regia di Aniello Mallardo

UN DRAMMA da Cechov, con Raffaele Ausiello, Irene Grasso, Fabio Rossi, regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo

Nella stessa serata (il 21 novembre) andranno in scena anche i corti “L’ora del Tell” di Teatro di Legno e “Operazione Erode” degli Imprenditori di Sogni.

Vi invitiamo a seguire l’intera rassegna: il meglio della gioventù e dell’underground napoletano!

Ad Ausiello il Premio Domenico Rea 2012

Manco fosse di buon auspicio…il nostro Raffaele Ausiello e Andrea de Goyzueta di Tourbillon Teatro ricevono insieme il Premio Domenico Rea 2012 (Sessione Teatro), con la seguente motivazione:

“Come riconoscimento per i meritevoli primi anni di attività teatrale ed impegno culturale, e come incoraggiamento per la prosecuzione della carriera, sono stati premiati due giovani attori napoletani: Andrea De Goyzueta di Tourbillon Teatro e Raffaele Ausiello di Teatro In Fabula”.

Perché buon auspicio? I due gruppi e i due attori sono prossimi ad una collaborazione! Restate sintonizzati sulle nostre frequenze e ne saprete presto di più.

Alto Fest 2012

7 | 8 luglio 2012 – Napoli

nell’ambito dell’edizione 2012 di ALTO FEST

…in una casa vera…

DUE FRATELLI

Tragedia da camera in cinquantatre giorni

Foto di scena | Video promo | Rassegna stampa

di Fausto Paravidino

con Raffaele Ausiello, Simona Di Maio, Stefano Ferraro
voce registrata: Larissa Masullo
scene: Antonello De Leo
regia: Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo

“Ci stiamo distruggendo perché accettiamo la nostra infelicità”.
David Mamet

Note di regia
Vincitore del Premio Riccione Teatro 1999, “Due fratelli” di Fausto Paravidino è la storia della convivenza fra tre ragazzi: i fratelli Boris e Lev e la loro coinquilina Erica. Sono giovani della società del benessere, istruiti, ironici e, a momenti, divertenti, aggrovigliati in un vortice di parole senza scopo, ciondolanti nella cucina di un appartamento lontano da casa, privi di obiettivi – anche quotidiani, anche minimi.
Nessuno prepara un esame universitario, nessuno ha un impegno di lavoro, ma tutti sono impegnati a fare i conti con la propria nullafacenza e con l’apparente mancanza di problemi da risolvere.
Una storia raccontata dall’autore che si limita alle parole pronunciate, drammaturgicamente avaro di note extra-dialogiche e d’indicazioni generiche sui personaggi (età, aspetto fisico, provenienza etc.). Una storia nel segno di una neutralità palese, anche morale, in cui Paravidino non lancia messaggi né distribuisce torti e ragioni ai personaggi da lui creati, senza per questo impedire l’impatto emotivo del lettore sul testo.
Coerentemente con questa lettura, e valutata la storia come rappresentativa di una parte dei giovani degli ultimi vent’anni in questa fetta di mondo, l’idea di messa in scena è quella di colpire lo spettatore con la cocente plausibilità della violenza che vive tra le righe e tra le azioni del testo.
Il pubblico siede nella cucina in cui si svolge l’azione, testimone diretto e non uditore ‘protetto’ dal distacco palco-platea. Per questa stessa ragione, i sensi chiamati in causa, oltre l’udito e la vista, sono anche l’olfatto (l’odore di caffè o delle arance) e il tatto (la sedia trema se Lev o Boris fanno volare i piatti). Gli effetti audio e le luci sono quasi del tutto azzerati, per lasciar posto agli attori.
I cinquantatré giorni della storia sono compressi in cinquantacinque minuti. Il trascorrere del tempo è segnalato dall’angosciante ticchettio di un orologio e la scansione delle ore da una voce robotica e inespressiva, che non dà scampo a giudizi e commenti.
Come a dire: questa è la storia, anzi questa è una storia. Che sia accaduta o meno non ha molta importanza, poiché sta accadendo in questo momento, dinanzi ai convenuti.

DOVE
Napoli, casa di via Pedamentina n.56

QUANDO
sabato 7 luglio ore 11.30
sabato 7 luglio ore 20.00
domenica 8 luglio ore 12.00

INFO E PRENOTAZIONI
punto informazioni e ritiro card:
via Mezzocannone n.19, Napoli (dalle 11 alle 13 / dalle 18 alle 20)
tel. 320/0304861
mail: info@altofest.net

ALTOFEST 2012
sito ufficiale
programma completo corredato di info

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Annuncio dolente

Teatro In Fabula non è lieta di annunciare che, per la prima volta da quando esiste, è dovuta ricorrere ad un avvocato. Infatti, dopo aver lavorato in settembre 2011 alla 32a edizione del Benevento Città Spettacolo, non abbiamo ricevuto neanche un euro del compenso che da contratto doveva esserci elargito sei mesi fa. Come se non bastasse, dal Comune di Benevento hanno smesso di risponderci al telefono e alle mail, rendendosi di fatto irreperibili. Intraprendere le vie legali diventa un obbligo morale verso noi stessi: non possiamo permettere agli altri di trattare un nostro diritto come un loro favore. Che la nostra esperienza sia di guadagno per i colleghi, non potendo al momento esserlo per noi.

“Due fratelli”: dalla rassegna stampa

«Sciatta quotidianità di una cucina senza storia, territorio d’incontro e di scontro dei “Due fratelli” di Fausto Paravidino. Col pubblico seduto tutt’intorno, vicino e complice. Bravi per lucida tensione, Raffaele Ausiello, Stefano Ferraro e Simona Di Maio, due fratelli ed una donna in complicata convivenza, vivono infelicità nemmeno troppo dichiarate, aggressività mal sopita ed immiserimenti dispettosi. La loro giornata è monotonia senza prospettive; il sesso e l’amore sono contorno che non allieta. La regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo affida loro concretezze disperate, nevrosi sottintese, ossessioni manifeste. Applausi meritati».
(Giulio Baffi su “La Repubblica”)

«Così “in casa” giocano tanti sentimenti, come l’amore fraterno, l’amore per se stessi, l’ossessività, la pazzia, il rancore. Tutte componenti forti e altisonanti, note dal ritmo frenetico che si elevano a suono di piatti rotti, sporchi, contro il pavimento. Ogni personaggio allunga il riflesso della propria ombra nell’altro, arrivando al limite con lo scontro che porterà alla materiale eliminazione di un sentimento, di un personaggio.
“Due fratelli” è uno spettacolo sulla tragedia quotidiana, quella che si vive ogni giorno nella scatola del mondo, rapportato ad un episodio unico, si sofferma a farci pensare quanto le relazioni umani siano difficili e complicate. Nel contatto con l’altro, con il diverso, non siamo capaci di affrontare noi stessi e la comunicazione verbale spesso di trasforma in grido di guerra e in rabbia, in violenza, perché l’oppressione, quella psicologica in una società moderna dove il tempo è tutto e va consumato, è una malattia che ci schiaccia e per la quale sentiamo di dover lottare».
(Italia Santocchio su “Saltinaria”)

«Di amore non si tratta. Di amicizia, neanche. Di sesso, solo per impiegare il tempo morto. Ogni sentimentalismo è sempre sfiorato ma subito rinnegato. Di ossessione però sì. […] Plauso ai giovani attori, Raffaele Ausiello, Simona Di Maio e Stefano Ferraro, che hanno ben ammaliato e tenuto col fiato sospeso il pubblico».
(Angela Di Maso su “Il Roma”)

«La famiglia? Amore, morbosità e psicopatologie nascoste (ma non troppo). “Due fratelli” di Fausto Paravidino sembra attraversato sottotraccia dal grido di André Gide: “Famiglie! Io vi odio”. […] Geometrie esistenziali basate su una raffinata capacità dialogica, e interpretate da Raffaele Ausiello, Simona Di Maio e Stefano Ferraro, diretti da Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo».
(Natascia Festa sul “Corriere del Mezzogiorno”)

«La regia di Teatro in Fabula è funzionale agli intenti dell’autore: essenziale, mai invadente, non si perde nelle pieghe di un testo disarticolato e crudele, ma si limita a dare atto alla vicenda, appoggiandosi delicata ai caratteri dei personaggi.
I tre attori, bravi e in parte, fanno ritrovare lo spessore delle caratterizzazioni di Paravidino, si lasciano vivere dal testo procedendo spediti verso il finale, in un testa a testa clamoroso che alterna i toni sommessi di Boris a quelli viscerali e convulsi di Lev e alle battute sediziose di Erica».
(Francesco Bove su “Krapp’s Last Post”)

«Una recitazione schietta, diretta, senza fronzoli, fondata sulla rappresentazione di emozioni pure e nette, come la rabbia di Lev o la timidezza di Boris, che tuttavia gli interpreti riescono a calare in personaggi di cui si percepisce l’estrema doppiezza e complessità. La regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo sa bene mettere in risalto i fili conduttori della vicenda, ricreando atmosfere cupe, claustrofobiche, in cui le azioni sono scandite ritmicamente da ticchettii che spezzano improvvisamente i silenzi. Le radici del testo si nutrono della tradizione del teatro del premio Nobel Harold Pinter, di cui si ritrova il clima opprimente, basato su una ferrea unità spaziale e su un tempo lento e cadenzato. Lo spettatore è totalmente captato da una vicenda che si presenta come rappresentazione del quotidiano, ma ha il fine di narrare le ombre di rapporti generalmente ritenuti limpidi per natura».
(Luca Errichiello su “Flanerì”)

«I due fratelli escono da una scena carpita da “Il grande fratello”! Le atrocità che sovente riempiono la cronaca nera di questi giorni o anche la mancanza dei valori alti dell’Uomo in una società che va sempre più verso un profondo declino. Verso quella lucida perdita di identità di pirandelliana e kafkiana memoria».
(Filippo Borriello su “Lapilli”)

«La scelta è chiara: s’accentua claustrofobica la chiusura d’ambiente, addobbandola colma di oggetti plausibili cosicché la stanza-prigione sia sentita comune e richiami la condizione internata, galera, repressa delle nostre stanze vissute. Rafforza questo logoro autentico la vicinanza sensibile che consente, a chi osserva, di percepire perfetto il rumore nudo del piede piantato in assito, quello ferroso di una posata poggiata su piatto, quello chetato dell’acqua che scende di gola, del labbro che brama su labbro, dell’abbraccio d’amante o fratello».
(Alessandro Toppi su “Arteatro”)

«Le nevrosi, le piccole infelicità quotidiane, l’assenza di un progetto, il declino di una società, il vuoto esistenziale, risucchiano i tre nelle spire dell’incomunicabilità. Battute rapide e stringate, intrise di tutte le tinte che possono afferirsi al genere del dramma, ma non esenti da vivaci slanci di caustica ironia».
(Rosa Vetrone su “Julie News”)

“2 fratelli” di Paravidino: tragedia della postmodernità?

Riflessione di un attore

“Ci stiamo distruggendo perché accettiamo la nostra infelicità”.
David Mamet

Esordisco prendendo spunto da un passo – fondamentale a mio avviso per la cultura occidentale- del XII capitolo de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello (1904):

– La tragedia d’Oreste?
– Già!
D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avrebbe? Dica lei.
– Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle.
– Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.
– E perché?
– Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

Mi rendo conto che per chi non conosca la trama e il testo in generale dell’opera di Paravidino, sarà difficile seguirmi in questa mia elucubrazione, che altro non è se non una riflessione a voce alta di un attore prossimamente impegnato nella messinscena di tale pièce.
Il testo in questione è costituito da una serie di scene rubate al flusso vitale e quotidiano di cinquantatre giorni condivisi da tre giovani, probabilmente poco più che ventenni, o quanto meno ancora non decisamente vicini ai trenta, due dei quali sono legati da un’unione di sangue: i due fratelli del titolo appunto. Luogo dell’azione: sempre lo stesso, la cucina.

Giocando a mutuare le modalità degli studiosi e saggisti, mi sovviene in mente la celeberrima (bufala) codificazione delle tre unità aristoteliche riguardanti l’antica tragedia. Indubbiamente le due “fondamentali”, quelle di luogo e azione sono preservate. Un po’ meno quella di tempo.
Il legame di sangue, il tradimento, la vendetta, il tentativo di ristabilire un NOMOS, l’indifferenza degli Dèi o la loro assenza, tipica sopratutto di Sofocle ma ancor di più di Euripide (del resto siamo nel 1998 e, non solo “Dio è morto” già da tempo, ma bisogna anche aggiungere che le stesse figure genitoriali non adempiono al loro ruolo che sarebbe in parte quello rivestito un tempo dagli Dèi): sono questi – insieme ad altri- elementi probabilmente non casuali che possono legare 2 fratelli a un filo rosso che giunge fino all’antica tragedia, la quale era tale (tragedia) non certo per la presenza di uno o più decessi.
Ma se nel caso di 2 fratelli di tragedia si tratta, certo – banale dirlo- non si tratta di tragedia antica, essedosi verificato da secoli quelllo “strappo nel cielo di carta”. Ma nemmeno di tragedia moderna. Siamo alle soglie del 2000, la modernità è già deflagrata, siamo nell’era postmoderna, siamo in quella Terra sì sempre più complessa o meglio complicata, ma che allo stesso tempo – citando Samuel Beckett o Leopardi, non ricordo…ma un po’ è lo stesso – “potrebbe essere disabitata”.
Non ci sono valori, solo fantasmi di essi. Non ci sono pieni, solo vuoti e sottovuoti spinti (per dirla con Cerciello). Non ci sono relazioni, solo distanze o morbosi attaccamenti. Non ci sono Miti, solo ricordi ricostruiti o fasulli. Non ci sono Leggende o tradizione, solo icone e scene del cinema della piena II metà del Novecento (vedi esplicita citazione da C’era una volta in America). Non ci sono paradisi né inferni, solo LIMBI in cui si galleggia con indolente voluttà, in cui nemmeno obiettivi e scopi materialistico-borghesi, o quanto meno semplicemente “quotidianconcreti” sono contemplati. Si è destinati pertanto al fallimento. Fallimento totale: pratico, esitenziale, ideologico, vitale. Resta il buco nero dell’anima e di quella cucina…in cui ci si illude di costruire a modo proprio un qualche NOMOS, per quanto assurdo esso sia.

Ma di teatro anche e sopratutto stiamo parlando. Come si traducono “artigianalmente” in scena queste mie elucubrazioni? Beh, tutto è scarno, la scena, le luci, la recitazione tende all’asciuttezza e al “quotidiano” (ovviamente non perdendo mai di vista quel FONDAMENTALE del teatro che Eugenio Barba ne La canoa di carta chiama EXTRAQUOTIDIANITA’ ). Ovviamente il sorriso, anche nella TRAGEDIA dell’Umanità, è sempre in agguato come ci hanno insegnato, tra gli altri, Shakespeare e Beckett. Ma l’unica risposta reale alla domanda l’avrete……..VENENDOCI A VEDERE!

Raffaele Ausiello [Lev, ex Oreste, ma anche Il fu Amleto]

Janara

Video promo

di Giovanni del Prete

produzione Teatro Golem
in collaborazione con Teatro In Fabula
con Francesca Iovine
e Tommaso D’Avanzo, Silvia Del Zingaro, Lidia Pezzurro
voce: Marilù Poledro
musiche: Vincenzo Oliva
audio e luci: Giovanni Granatina
foto di scena: Marco Moscato
regia: Giovanni del Prete

3-4 dicembre 2011 > Napoli, Teatro Area Nord

Note
Una trama senza trama.
Uno spettacolo che, basato su una ricerca antropologica delle tradizioni popolari, sulle credenze e superstizioni del Sud Italia, cerca di far rivivere un passato, ancora presente in alcune zone, anche non remotissime, attraverso la magia della cattiveria, del male.
La janara, è la strega, allora, in ogni cosa gioisce della rabbia, dell’insoddisfazione, della zizzania, anche autoreferenziale. Come ogni magia di colore, agisce tramite simulacri umani e ombre, tramite figure e totem vitali, che rappresentano categorie antropiche, simboli di una umanità in cui stillare, a gocce di esperienza, il male.
Nell’acronia, i luoghi si confondono diventando uno solo (quello teatrale), l’immaginazione passa da case abbandonate, vecchie, fatiscenti a campagne verdi e fertili, a intimi spazi di gioco per grandi e piccoli. Quindi non necessariamente cupi e bui, proprio perché il male si compie anche sotto la luce del sole, anche attraverso le parole di un bambino, così senza motivo. Riti, ritorni e richiami di un contesto che sfuma, dunque da afferrare non in una sola dimensione, ma in più realtà: possibili interazioni tra episodi che sfogliano la verità di tutti.
Narrativamente, il male è un elemento fondamentale, è l’antagonismo, è l’ostacolo oltre il quale c’è la riuscita, la vittoria. In Janara, la catarsi è di segno meno, sfugge a connotazioni morali o religiose, e decide da sé, immagine dopo immagine, l’aura entro cui la manifestazione si consuma. La janara affascina come il male subdolo canta una lingua viva e sprezzante, forte, in una sola parola, “necessaria”, proprio come una Janara vorrebbe essere definita.

Esercizi di stile

Studio su Queneau

L’applicazione di una regola porta ad uno stile di linguaggio; lo stile di linguaggio ad una modalità di espressione; la modalità di espressione all’immaginazione di un tipo plausibile. Dall’immaginazione del tipo stesso alla sua traduzione fisica – mentale e corporea – il passo è breve.

Da qui scatta l’idea: perché non tuffarsi fra i vortici di queste parole, scoprendo come naturalmente ci porteranno a delineare diversi tipi? Perché non gioire ancora una volta della scoperta che un discorso – nonostante lo smascheramento delle convenzioni – non è solo forma, estetica, superficie, apparenza, ma anzi può denotare idee, modi di pensare, sentimenti…e addirittura atteggiamenti corporei, come una continua esitazione, i tic di un folle, la balbuzie etc.?

Queneau si diverte a vivisezionare il linguaggio e le sue capacità comunicative, ci mette all’interno di un gioco invitandoci a scoprirne le regole.

Come lui sonda le diverse forme del linguaggio, noi solcheremo i molteplici generi teatrali: commedia, tragedia, mimo, cabaret, grammelot, dramma, radiodramma, video-performance, denuncia, naturalismo, estraniamento, circo, canto, fino a raggiungere il grado zero della rappresentazione: il nulla. Un gioco assurdo, insomma, un’analisi chirurgica della comunicazione attraverso la forma artistico-comunicativa per eccellenza: il teatro.